Lo Stato Sociale / intervista

Lo Stato Sociale, turisti della discografia

Questa volta per il collettivo bolognese a Sanremo sarà un gita. Checco e Carota ci raccontano come sarà il prossimo Festival, i 5 dischi nati per l'esigenza di ripensare all'idea di se stessi e ammettono finalmente di essere in realtà i Pinguini Tattici Nucleari
11/02/2021 16:19

Il 2021 è l'anno del ritorno de Lo Stato Sociale, il collettivo che ha contribuito a influenzare la musica e l'attitudine degli anni '10 come pochi altri, che ha sdoganato suoni meno canonici con il successone di Una vita in vacanza a Sanremo nel 2018 e che, grazie al secondo posto e alla fama nazionalpopolare, è ormai una band che sta sul podio degli affermati. Quest'anno torna nel luogo del delitto e si rimette in gioco al teatro Ariston nel Festival di Amadeus senza pubblico, col pezzo Combat pop. Nel frattempo l'idea pazza: buttare fuori 5 dischi solisti, uno a settimana, per far conoscere meglio tutti i componenti.

Se Lodo ha sbilanciato un po' la questione collettivo con la partecipazione come giudice a X Factor, gli album solisti sono il modo che hanno Bebo, Checco, Carota e Albi di riequilibrare la situazione, facendosi conoscere meglio dal punto di vista creativo e vocale. Un'operazione corale, accompagnata anche da un po' di competizione, perché parliamoci chiaro, a nessuno piace essere quello meno ascoltato. Chiedetelo a Peter Criss dei Kiss, quando nel 1978 fecero uscire i 4 album solisti e il suo andò quasi subito nel cestone delle offerte. Metto le mani avanti, quello del batterista col make up da gatto mi piace un sacco, ma non è questo il punto.

Ho al telefono Checco e Carota, che mi raccontano com'è nata questa operazione. Parte il primo: "È un'idea che abbiamo nella testa già da un po'. Alcuni di noi avevano la necessità di approfondire meglio i propri suoni e la propria poetica, perchè in un collettivo come il nostro per forza di cose viviamo di compromessi. Abbiamo tenuto sempre a ribadire che siamo 5 teste e 5 frontman, ma la tv ha sbilanciato la cosa. In questo modo possiamo ripartire con la visione originale de Lo Stato Sociale. L'operazione va a svelare la complessità di quello che siamo, che nei nostri dischi emerge ma non del tutto, rimette in discussione le relazioni tra di noi e le ravviva".

Continua: "Ultimamente ci angoscia la liquidità della musica, è tutto un po' sconnesso, l'album si è perso di vista in favore dell'unico pezzo per catalizzare gli ascolti e fare numeri, si gioca una partita molto in verticale. Volevamo andare in controtendenza a questo fenomeno limitante e giocare su tutto il campo che abbiamo a disposizione. Abbiamo fatto un'operazione che per molti discografici ha poco senso, perché adesso sembra che se lanci più di un brano, il secondo sia sprecato. Abbiamo voluto riprendere in mano il concept album che andava di più nei '90 o 2000 e mostrare la nostra varietà, di persone che convivono e che vengono da ambienti distanti tra loro".

Carota fa l'esempio delle serie tv: "Un po' come quando guardi The Walking Dead e c'è la trama principale inframezzata da episodi dedicati ai singoli personaggi. È una cosa che fa bene anche alla fanbase che in questo modo può affezionarsi più a uno di noi, scoprendo la chicca, la particolarità". Sembra che la cosa abbia pagato, faccio notare loro quanto sui social questa operazione sia stata presa bene anche da quelli che di solito, quando sentono il nome Lo Stato Sociale, si barricano dietro un haterismo da scuola media. "Ma guarda, ormai siamo abituati a tutto", dice Carota. "C'è chi continua a chiederci di suonare al suo matrimonio, per dire!"

"I dischi sono talmente diversi e coerenti nel loro interno che, anche se per esempio il mio non funzionasse, meglio di così non sono riuscito a fare in questo frangente", dice Checco. "Io avevo lo sfizio di tirare fuori le saturazioni, le distorsioni, creare un magma. Però non percepisco troppa differenza fra il mio disco e quello più pop di qualcun altro". "Qualcun altro a caso!", gli fa eco Carota. "Beh anche il tuo!", risponde il primo.

"Finalmente ho potuto fare Dj di merda con la mia voce", dice Carota, tutto felice. "Per noi era molto importante trovare questa valvola di sfogo, e se va male, tra poco c'è Sanremo con la sua ansia da prestazione che poi si prenderà tutto. Farà sia da tabula rasa che da ombrello". Il disco di Checco è stato lavorato con Sollo dei Gazebo Penguins, ed è stato creato con la voglia di tirar fuori sonorità da primi 2000, come Grandaddy o Pavement, mischiate con il cantautorato emiliano. "Stavolta è andata così, avevo dei sassolini nella scarpa da togliermi, ma se avremmo modo di fare un'altra volta progetti solisti, chissà come puà andare".

Checco, foto di Jessica De MaioChecco, foto di Jessica De Maio

Carota invece ha un sound più pettinato, che segue percorsi tipo Moby, di cui è fan sfegatato, come di tutta la scena che dal trip hop sfociava nel pop di fine '90, primi 2000: "Il mio sogno nel cassetto è che ci addormentassimo e ci risvegliassimo in quell'epoca, per fare dischi come Play. Quella musica riusciva a essere popolare, trasversale, mantenendo salda la propria appartenenza all'underground. Sono gli anni in cui su MTV passavano Morcheeba, Moloko, Massive Attack e c'erano i Nirvana che facevano gli unplugged. La band meno commerciale che diventatva famosa in tutto il mondo". 

Il discodischi di Carota ha pezzi prodotti insieme a Mamakass e il feat. di Willie Peyote, quello di Checco è lavorato con membri dei Gazebo Penguins e di Altre di B, quello di Bebo, uscito per primo, vede la partecipazione de I Botanici. Di sicuro i ragazzi da soli si stanno divertendo a buttar fuori cose che non  avrebbero trovato troppo spazio negli album de Lo Stato Sociale, stanno prendendosi i propri spazi e si stanno facendo conoscere come artisti, ma come dicevamo prima, poi torna Sanremo a spazzare via tutto. Come sono messi, di quante aspettative sono caricati? 

Carota, foto di Jessica De MaioCarota, foto di Jessica De Maio

"Il progetto 5 dischi c'è da tanto tempo, precedente alla scrittura di Combat pop. Col pezzo di Sanremo abbiamo tenuto salda l'identità de Lo Stato Sociale per come ci conoscono nel nazionalpopolare", mi spiega Checco. "È un'operazione che ci fa bene a livello umano, per andare saldi e compatti all'appuntamento. Questa cosa ci fa stare molto più tranquilli e molto più uniti".

Carota si lancia: "Beh, come ci stiamo vivendo Sanremo? Abbiamo passato un anno di nulla cosmico, ora andiamo in gita, dai mò!". Checco è più pragmatico: "Lo spirito è quello, sappiamo bene che sarà difficile replicare un capolavoro miracolato come quello del 2018". E ancora Carota: "Se la prima volta siamo andati a Sanremo con grande voglia di affermazione, di dire 'vaffanculo, ci siamo anche noi', stavolta ci andiamo per cercare la salvezza, in un posto in cui molti sono della nostra, vengono dal nostro background, per tornare a suonare, a spingere e a portare le instanze dei lavoratori dello spettacolo. Stiamo facendo una cosa per sopravvivere". 

Riguardo la formula senza pubblico, l'impressione è una sola: "Non mi voglio improvvisare virologo ma per me Sanremo avrebbe potuto dare un segnale forte di ritorno a una qualche forma di normalità, di rilancio", mi dice Carota. "Negli States fanno il Super Bowl, in Australia gli Open, il Festival oltre che per parlare delle istanze dei lavoratori dello spettacolo, sarebbe stato anche un bel banco di prova per poter dire 'ok, ci sono queste soluzioni, questi tamponi rapidi', in modo che, dopo Sanremo, potesse venire attuata qualche strategia anche nel teatrino di provincia, per tornare ad aprire".

"In generale per stabilire delle linee guida per cominciare a parlare di ripresa", dice Checco. "Rispettiamo quanto espresso dal Comitato Tecnico Scientifico, ma alla base, se anche Sanremo viene fatto senza pubblico, quando inizieremo a fare cose nella direzione di poter tornare a una vita culturale più o meno normale? Quando iniziamo a lavorare per stabilire cosa effettivamente si può fare attivamente e cosa no?".

Già. Prima di cadere nello sconforto più nero, che è sempre alle porte quando iniziamo a parlare di questi argomenti, torniamo ai frizzi e lazzi di Sanremo, che proprio Lo Stato Sociale ha contribuito a cambiare col secondo posto nel 2018, spianando la strada al rinnovamento, un po' come già fecero i vari Afterhours, Marlene Kuntz, Subsonica e Bluvertigo 20 anni fa. Questa pesante eredità se la sentono o meno?

"Hmm, non so, effettivamente abbiamo forse segnato l'inizio di un processo o ci siamo capitati in maniera fortuita, questo non sta a noi dirlo, ma come dicevi tu, per la seconda volta c'è un prima e un dopo", mi dice Checco. "Abbiamo fatto da ariete, da ponte di connessione tra due mondi apparentemente molto distanti, ma è un po' come quando ti viene un'idea che è già stata fatta. Io che sono informatico mi dico 'sarebbe bello fare un social network tipo podcast', e poi mi rendo conto che Clubhouse negli USA esiste già da un po'. È l'effetto di quando le idee girano nell'aria, quando si inizia ad annusare il cambiamento, poi uno ne diventa il simbolo ma quello era già nell'aria da molto tempo".

La butto in caciara e gli chiedo che c'è di vero negli screenshot meme che vorrebbero Lo Stato Sociale che coverizza i Pinguini Tattici Nucleari a Sanremo. "Ma noi siamo i Pinguini Tattici Nucleari", ride Carota. "Se io mi tiro giù la cerniera qui dietro, divento Elio in un attimo! Ma dov'è che si leggono queste cose? Boh, non so, sarebbe banalissimo".

In realtà no, perché ai PTN durante Sanremo 2020 è stata appioppata dalla stampa generalista, quell'etichetta di essere stati i "secondi Stato Sociale", con le loro canzoni di pop intelligente, moderno e un po' ironico. Un non so che di già visto. "Guarda, è difficile quel palco, ma non ci si può confondere più di tanto, perché i PTN sanno suonare e cantare! Capisci che c'è differenza!".

E dopo i 5 dischi solisti, Sanremo, i libri, la tv, che ne sarà de Lo Stato Sociale, che ormai è un collettivo multimediale? Carota si illumina: "Io mi sono intrippato con i VFX, gli effetti video, tu Checco come sei messo con la programmazione?", "Io ho abbandonato tutto, dopo che ho perso il lavoro a maggio del 2020, non faccio nulla se non un po' di musica e metto a posto casa", risponde Checco. "A parte gli effetti speciali di Carrot che sono il suo unico modo per investire il tempo, sul futuro non so davero risponderti".

Sognare non costa nulla, allora sogniamo un futuro di concerti, dal vivo, con la gente. Ci saranno più momenti solisti per i ragazzi oppure questa esperienza non confluisce nel live? Quello che mi dicono è molto interessante: "Sarebbe bello. Quando è esplosa tutta sta faccenda, avevamo sognato una sorta di festival de Lo Stato Sociale, che partiva dal tardo pomeriggio e arrivava fino a sera, in cui suonavao tutti e cinque i membri con le rispettive band e poi si univano per il concerto tutti insieme". 

"Per il momento anche sognare è molto complesso, ma prima o poi da questa situazione ci si esce", dice Carota. "In questo momento non possiamo fare i concerti e quindi servono idee alternative per far girare la musica, che possano servire anche quando torneremo a suonare live. Io ho contattato una casa che sviluppa tecnologie VR per trovare il modo di creare esperienze tridimensionali e calare le persone dentro un ambiente musicale".

E continua: "Io i concerti in streaming li trovo molto deludenti, sembra di guardare una boiler room. Io ne ho visto uno a letto, per dire. È un palliativo. Se si riuscisse a trovare il modo per creare un'esperienza più interattiva, potrebbe servire anche quando si possono tornare a vedere i concerti. La tecnologia c'è per fare questo tipo di cose".

Finiamo col parlare di come se la sono passata negli ultimi tempi, di quanto ci manchino i concerti, dello sforzo che c'è nel creare quando fuori non stai vivendo niente. "Bella la musica, belli i club, ma a me manca la socialità, l'aver a che fare con le persone in quel contesto", dice Checco.

"Io mi sono sentito privilegiato", dice Carota. "A livello economico, dopo il Sanremo del 2018 sono più coperto rispetto a qualche anno fa, e mi posso mettere nella torrettina sopra il mio appartamento che si affaccia sui tetti di Bologna per suonare. Mi sono baciato il culo e ho pensato ad artisti come i Pinguini o Diodato, che hanno vinto Sanremo e non hanno potuto raccogliere. Pesantissimo. La gente che ti vede a casa si affeziona al pezzo, non alla persona. Per questo motivo mi sono sentito davvero fortunato". 

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L'articolo Lo Stato Sociale, turisti della discografia di Simone Stefanini è apparso su Rockit.it il 11/02/2021 16:19

Tag: ep - bologna - album - Sanremo2021

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