Tatum Rush

Ascolta il nuovo "Guru Child" e leggi l'intervista Intervista

Tatum RushTatum Rush
10/03/2016

Metà svizzero e metà italiano, con accenti americani nel sangue, a Tatum Rush piace giocare con i suoni e le icone del pop. Tra le sue influenze cita Osho e R. Kelly, Houllebecq e Richard Benson, e ascoltando la sua musica potete proprio vederli tutti. Un genio o un pazzo, o probabilmente entrambi. Il suo esordio, "Guru Child", ci ha stregato al primo ascolto. Ve lo presentiamo in anteprima accompagnato da un'intervista in cui si presenta per la prima volta al pubblico italiano.

Sei nato in America, a San Diego, e vivi tra la Svizzera e l'Italia. Tatum Rush è il frutto delle tue esperienze o qualcosa che vive in una dimensione tutta sua, un progetto altro da te?
È assolutamente la frutta in un cocktail composto di miei bagagli culturali soprattutto italiani, francesi, americani, ma che alla fine si situano in un aeroporto, luogo ibrido (a tratti come la Svizzera), emblematicamente internazionale, intercontinentale. Anche musicalmente mi sento molto meticcio. Ho cominciato nella bossanova, poi nel jazz, poi nel rock, e ora mi ritrovo con una pashmina in testa a torso nudo ad avventurarmi in fuoristrada lungo le frontiere del R&B, del pop, del soul e della disco.

Quali sono gli artisti, o forse è meglio dire le icone, che hanno contribuito a costruire l'identità e l'estetica di Tatum Rush?
Il look di Tatum Rush è nato in origine dal Don Chisciotte del trash romano, Richard Benson. Feci uno spettacolo teatrale nel 2012 che metteva in scena la sua vita in chiave approssimativamente shakespeariana. Mi piaceva portare la parrucca e culottes di velluto, mi sentivo comodo ed eccentrico e cominciai ad esibirmi vestito in quel modo. Poi la cosa si è evoluta verso un'identità ed un'estetica più lussuriosa, machista, mistica. Immaginatevi R. Kelly in Arabia Saudita oppure Osho a Ibiza. Un'esibizione musicale di Michel Houellebecq su un programma televisivo francese durante il quale portava gli occhiali da sole per nascondere una brutta congiuntivite ha ugualmente contribuito.

Con quale spinta hai iniziato a scrivere? Cosa cercavi?
Soprattutto grazie all’incitamento di un vecchio amico, Fabio Besomi (ora dei Rocky Wood), con il quale mi cimentai in un gruppo che chiamammo Meadow e con cui feci le mie prime registrazioni. Nel giro di poche settimane mi fece scoprire Arthur Russell, Nick Drake, Jim O’Rourke, Suicide, Madlib e un sacco di altri artisti carichi di un'aurea misteriosa e carismatica, che non avevo mai trovato nei dischi pugnettari da “scuola di jazz” che ascoltavo prima. Rimasi completamente affascinato quel nuovo mondo e mi ci lanciai con assoluta naturalezza.

Di cosa parlano queste canzoni?
“Fertilizer” è una canzone d’amore, un filo nostalgica. “Brother Wood” parla di qualcosa più dell’amicizia. “Tenerife” evoca una vacanza venale ma auto-analitica a Tenerife. “Space Perineum” parla del perineo spaziale nel ritornello e il resto è improvvisazione maccheronica. “Get You” di una relazione a distanza. “Guru Child” dell’ambiguità fra idealismo anti-materialista e fascinazione per gli alberghi di lusso. “Scatter My Smithereens” è un gioco di rime, un immagine declinata nelle sue varianti, una specie di poesia. Ogni canzone ha il suo set di diapositive.

Il disco ha un carico notevole di soul, eppure è stato composto e registrato tra il deserto del Brasile e un freddo studio svizzero. A lavorare per contrasto cosa ci si guadagna?
In quanto influssi stilistici c’è sicuramente un fattore geografico, mi fa molto bene cambiare décor, non ho la mia sedia di lavoro, non ho nemmeno uno stereo, ho un paio di cuffie scassate e faccio tutto con quelle. Il mio mantra è restare mobile, essenziale, e capitalizzare sulle ore morte passate in crociera.

Dal vivo ti accompagni con un batterista e una schiera di giovani ragazze disinibite. Cosa deve trasmettere un tuo concerto?
Ho un amico che in questo periodo si sta ridando al jazz dopo anni di hiatus, dopo che una sera è riuscito a far ballare un gruppetto di ragazze coreane suonando un pezzo di Coltrane. Penso che non ci sia migliore sensazione per un musicista o intrattenitore di quella che si prova quando la gente si mette a sculettare sulla tua musica. Ai miei spettacoli piace contornarmi di personaggi eccentrici, warholiani, che incarnano lo spirito cosmopolita di un concerto a una festa privata in un penthouse con vista mare. Non mi sono ancora esibito in Italia ma sono molto curioso di vedere l’effetto che farà.

Qual è il posto che sogni per un live di Tatum Rush?
Nel penthouse, all’afterparty del matrimonio della figlia ormai alcolizzata di Donald Trump, dopo i Daft Punk.

Cosa c'è dietro l'angolo dopo questa release?
“Guru Child” ha messo parecchio tempo a uscire. Le canzoni per il mio prossimo capitolo discografico sono già scritte, si tratta di raffinare le produzioni e di decidere con chi lavorare. Si può già sentire più o meno tutto ai miei concerti.

Tag: pop

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