Il lungo viaggio per tornare a casa: ascolta "Casa, finalmente" di Tobjah e leggi l'intervista Intervista

Tutte le foto sono di Giulia Callino per Rockit.it - Tutte le foto sono di Giulia Callino per Rockit.it -
06/04/2018 di

Tobia Poltronieri è il chitarrista del collettivo C+C=Maxigross, ma un paio di anni fa questa definizione ha iniziato a stargli stretta. Ed è partito in treno come TOBJAH per un tour di quaranta date in due mesi, solo lui, la sua chitarra e alcuni pezzi che da un po’ gli giravano in testa. In occasione dell’uscita del suo primo disco solista “Casa, finalmente”, prodotto e arrangiato da Miles Cooper Seaton e Marco Giudici e pubblicato per Trovarobato, abbiamo pensato di raggiungere Tobia proprio a casa sua, nel quartiere Veronetta di Verona. Dove, tra una spremuta e una bacca di bitter kola, abbiamo scattato qualche foto e ci siamo fatti raccontare la genesi del disco. E come, ripartendo da sé, si scopra che casa è più una parola che un luogo.

In primo luogo grazie per avermi accolta a casa tua. Tra l’altro bellissima, penso di non essere mai stata in un luogo così.
Pensa che la struttura in sé risale al 1100, se hai fatto caso l’ingresso ha anche una sorta di corte. Poi i proprietari ci hanno messo mano, in salotto ad esempio hanno ricoperto tutto di stucco e recentemente hanno deciso di far riemergere in alcuni punti gli affreschi del 1800 che ci sono sotto. Ci abitiamo io, Miles (Cooper Seaton, ndr), Pippo (bassista dei C+C=Maxigross, ndr) e Gigi (Luigi Pinarel, suonatore di concertina in tour con Tobia, ndr) e cerchiamo di viverla il più possibile, usandola per prove e registrazioni e ospitandoci concerti. Anche noi C+C abbiamo tenuto diversi house concert qui, ma il record di presenze è stato raggiunto dalla band di Gigi. Un gruppo di Verona molto bravo che si chiama Jenny Penny Full, per il quale sono arrivate cento persone. Sono tante, se pensi che si tratta di concerti in casa.

Vero. Ed è anche interessante iniziare questa intervista con questo aneddoto sul tuo aver vissuto e vivere questa casa in un senso molto collettivo: anche “Casa, finalmente”, il tuo primo disco solista, è in realtà una vera e propria coralità di incontri, con molte mani (Cooper Seaton a basso e chitarra elettrica, Giudici a piano e sintetizzatore, Alessandro Cau a batteria e percussioni, ndr) e soprattutto tantissime collaborazioni.
Quello che dici è una bella conferma. Arrivata dopo anni, che poi è un anno fa anche se mi sembra ne siano passati dieci. Con i C+C ero arrivato al limite: non ci sono mai state grandi liti, anzi, il nostro rapporto come band si è sempre basato sull’amicizia. Però crescendo impari a prendere le distanze e i tuoi spazi al momento giusto, nel rispetto di te stesso e degli altri. Senza creare tensioni, semplicemente avendo un obiettivo diverso. E quindi mi sono trovato a fare da solo questo tour di due mesi, durante il quale ho provato i pezzi che avevo scritto bene o male una settimana prima della partenza. Era la prima volta, un’esperienza completamente nuova. Nel mentre, già da diversi mesi dicevo a Juju (Marco Giudici, produttore, ndr) che volevo fare una cosa mia, un disco nuovo. Era l’inizio di un processo. Il momento decisivo è stato il tour, due mesi super concentrato, senza distrazioni. E nel mentre si sono delineate le cose: partivo dall’idea di un disco super minimal, lo-fi, registrato in camera. Nudo e crudo, con pochissimi elementi e solo una piccola mano nella produzione. E non è andata minimamente così, perché il confronto con Miles e Juju e poi altre persone a cui facevo via via sentire i demo ha aperto una coralità molto naturale. Nel quadro iniziale sono entrate mille persone, mille cose. E mi ha fatto piacere. Bene o male, tutti i progetti che avevo realizzato erano sempre stati in gruppo, inteso come collettività: la band, gli eventi, i periodi a Vaggimal, il Lessinia Psych Fest super impegnativo in Lessinia. Era come se avessi sempre dato priorità al gruppo, che alla fine è la cosa più bella, ma che in quel momento mi aveva portato a notare di avere un po' perso il mio, di non essere stato attento a darmi il giusto spazio. Qualche anno fa in questo senso mi ero limitato, pensavo che realizzare cose in solo fosse da egoista, da individualista. In realtà, ti accorgi che stare bene con te stesso ti rende più sereno e contento di realizzare progetti insieme agli altri. Formalmente è un disco solista, un viaggio personale interiore, che però coinvolge comunque un sacco di persone. Ed è una fortuna incredibile. Mi viene in mente anche uno dei miei dischi preferiti, il primo di David Crosby. È il suo primo solista, ma in realtà ci avranno suonato trenta musicisti, perlopiù amici. È una risposta lunga, ma la domanda che hai fatto va veramente a toccare un’enorme parte di questo percorso e progetto.

Il disco è nato dal vivo, durante un tuo lungo tour in solo: tu e la tua chitarra, concerti piccoli e intimi. A quanto ricordo non hai la patente e hai girato prevalentemente in treno.
Qualche volta mi hanno portato anche in barca.

Qualche mese fa ti ho visto suonare durante un house concert in Via Avanzo a Padova e ricordo che anche in quell'occasione avevi apprezzato molto il fatto che la casa si trovasse davanti alla stazione dei treni. Sembra un mezzo a cui sei collegato positivamente, in cui sei a tuo agio.
Assolutamente.

Il tema del viaggio e del movimento è molto ricorrente nell’album, quanto ha inciso dover affrontare lunghi spostamenti in treno da solo nelle ispirazioni che hai avuto, nelle riflessioni che hai maturato, negli incontri che hai potuto avere?
C’entra assolutamente. Nel non avere la patente non metto tanta poesia, è stato semplicemente un posticipare ed è una delle mie grandi mancanze. Rispetto alla poetica del cosa significhi viaggiare in treno, è un mezzo che mi fa respirare tantissimo, come solo la bicicletta. La settimana scorsa abbiamo concluso due settimane no stop di lavoro in casa-studio: ho veramente staccato quando ho preso il treno per andare a suonare a Bologna. Due ore in cui ho diluito i pensieri. Lo stesso quando ho fatto due mesi di tour: nei C+C abbiamo sempre cercato di non avere un leader, però io ho comunque sempre tenuto un po’ le redini per cercare di indirizzare la band e di capire i vari passi. Anche quando eravamo in una leggera pausa, io stavo sempre continuando a programmare, a lavorarci su. Quei due mesi di tour in solo sono stati il primo periodo di stacco dopo anni che non ci fermavamo. Fai una cosa nuova e ti concentri solo sul viaggio, sempre in movimento. Il treno aiutava questo processo: ero da solo ma in realtà non lo ero mai, se non magari nelle stazioni di piccoli paesini o quando avevo cambi con attese di qualche ora. Puoi decidere tu se stabilire o meno una connessione con gli altri, ma sei comunque fra persone. E fa una bellissima differenza.

Prima hai menzionato Vaggimal, dove si trova la casa diventata nota grazie al vostro collettivo perché parte molto forte del vostro immaginario, anche a livello linguistico. Oggi dov’è che pensi “casa, finalmente”?
Quella di Vaggimal è la casa della famiglia di Pippo, che però in base al periodo abbiamo usato tantissimo anche noi C+C. A partire dal 2010, abbiamo trascorso lì dei lunghissimi periodi per comporre e registrare i dischi nostri e di tante altre band del giro veronese. Venivano a trovarci musicisti, la prima volta che Miles è venuto in Italia siamo stati lì un mese, scendevamo giusto per qualche concerto o evento che organizzavamo. In realtà, è vero che Tobjah è un mio progetto personale, però è più legato ai C+C di quanto sembri. Cerco ovviamente di differenziare, cosa che viene naturale perché le due cose musicalmente sono diverse. Però interiormente, spiritualmente e anche concettualmente ci sono tanti punti in comune, soprattutto pensando all’ultimo ep dei C+C uscito qualche mese fa, “Nuova speranza”. In entrambi i casi c’è tanta Veronetta, il quartiere di Verona dove viviamo ora. Il discorso della Lessinia è stato assolutamente superato, anche lì in maniera naturale. Per tanti motivi non potevamo più usare la casa e siamo stati anche contenti di poter riconoscere che, dopo averci fatto tantissime cose meravigliose, era ora di fare un passo in avanti. E il campo base è diventato la casa in cui sei tu ora. Veronetta rappresenta un’evoluzione di come abbiamo vissuto Vaggimal, che per noi è il paesino, un luogo magico dove ci rifugiavamo. All’epoca, durante l’università, Vaggimal era l’invito a inventarci un mondo magico. E c’era molta magia, una magia molto naif, che è anche la sua potenza.
Poi cresci, inizi a pensare al mondo e a come sta andando, ti ci confronti. Essere a Veronetta, che è il quartiere più multiculturale e dinamico di una città difficile, con un forte leghismo e tutto il suo storico, ci porta a vivere la realtà qui. Come Tobjah, questa è la casa dove fisicamente ho iniziato a comporre i brani. Poi, alla fine, dei tre pezzi nell’ultimo ep C+C quello che ho scritto io è “Torna a casa”. In un senso poetico e politico, perché parla di un Miles che lascia gli Stati Uniti e finisce a trovare una sua casa qui, del nostro amico senegalese Alioune, che ha cinquant’anni e da più di quindici ha trovato la sua dimensione qui. Di tutti gli amici migranti che abbiamo conosciuto collaborando con Stregoni. Nel disco c’è quella visione, ma ce n’è anche una molto esistenziale: il viaggio di ritorno a casa come la vita, dove non esiste veramente una casa unica. Il disco ha mille sfaccettature, alcune sono quelle che hai notato. Il trovare una casa, liberarcisi dentro, lasciare scorrere le emozioni. Trovare un piccolo rifugio rispetto al mondo fuori. E poi “Casa, finalmente” per me è anche il primo lavoro scritto in italiano.

Infatti volevo chiedertelo. Come dicevi, già coi C+C vi siete spostati in questa direzione qualche mese fa, però la vostra produzione è sempre stata in inglese.
Certo, e tra l’altro l’ep uscito a dicembre è stato registrato dopo il mio disco, quindi il disco solista è stata la prima cosa a cui ho lavorato in questo modo completamente nuovo, sia a livello di scrittura che di registrazione. Buttandomici dentro e liberando delle emozioni senza filtri. Le voci e le chitarre sono le prime cose che ho registrato. Ho concluso quaranta date, l’ultima qui a Verona, e il giorno dopo sono andato dritto in studio a registrare. Ed è stato un salto, un ritorno a casa. O un trovarne una di nuova. Con i C+C abbiamo sempre cantato principalmente in inglese, poi abbiamo avuto l’idea di provare a essere liberi e provare anche delle altre lingue. C’era qualche pezzo in italiano molto scherzoso, però l’idea era quella di realizzare un progetto molto ispirato al mondo angloamericano, al folk rock. Cantare in inglese sembrava la maniera giusta per arrivare a questo mondo, comunque occidentale ma che per noi all’epoca era l’unico in cui puoi fare musica. Ed è una direzione che abbiamo sviscerato. Credo che abbiamo fatto il massimo di ciò che potevamo, suonando abbastanza anche all’estero, per quanto pochissimo rispetto all’Italia.

Comunque con risultati molto apprezzabili, penso anche alla vostra partecipazione al Primavera Sound nel 2016.
Esatto e ne siamo contentissimi. Però sai, dopo un po’ era una sensazione un po’ strana. Ci chiedevamo perché lo stessimo facendo, che cosa volessimo rappresentare. Poi è arrivato Miles dall’America: è chiaro che gli piacevamo, altrimenti non avremmo iniziato a collaborare e non sarebbe diventato nostro amico, però ci chiedeva perché non facessimo qualcosa di più nostro, anche linguisticamente. E noi niente, eravamo molto testardi. Andando avanti è un aspetto che ci è venuto meno, capito veramente cosa vogliamo trasmettere. E cogliendo la possibilità di esprimerci e buttare fuori un sentimento, un’idea, un messaggio senza filtri. E senza preconcetti: quando ho iniziato a scrivere in inglese, in mente avevo sempre un po’ l’idea che dovesse assomigliare a qualcos’altro e questo inevitabilmente ti toglie personalità. Mischi quelle degli altri e riesci a trovarne tua, però era un processo molto forzato. Per l’italiano non mi sono imposto di leggere i testi di De André o Mogol. Mi sono lanciato e ho scritto di getto. Sono testi molto semplici, che vanno dritti a quello che vogliono esprimere. Non hanno neanche la formazione di come invece ho sempre lavorato con l’inglese. È stata una liberazione incredibile. E, come dicevo, questo si può vedere come una casa: sono comunque sempre stato quello che scriveva di più per i C+C e per questo mi sentivo anche più responsabile. Probabilmente, se non avessi imposto questa direzione, saremmo arrivati all’italiano molto prima. Adesso è tutto molto più fluido e sentito. E ci fa stare molto bene.

Parliamo un po’ delle canzoni del disco: lo hai aperto con la sacrale “Io mi muovevo”, dove a vibrafoni, gong e percussioni ospiti Lino Capra Vaccina. Un nome molto importante per la musica sperimentale italiana. Come lo hai conosciuto?
L’ho invitato al nostro festival in Lessinia due anni fa. È stato un concerto meraviglioso, suonava insieme a un oboista. Lui era molto entusiasta, diceva che non ne vedeva un festival così da anni. E lui ha suonato anche al Parco Lambro per dirti, ti puoi immaginare (ride). Per quanto breve, è stato un bellissimo incontro. “Io mi muovevo” è il pezzo più spirituale del disco, collocato lì sia nel disco che nel live perché lo trovo l’inizio migliore. Parla di un momento in cui stavo camminando, mentre Miles mi parlava, in un periodo un po’ di difficoltà, di cose che non mi andavano. Niente di grave in realtà, non ho attraversato drammi nella mia vita e sono anzi molto fortunato a potermi chiedere cosa mi piaccia e cosa no. Però quel brano mi è venuto fuori proprio così, come la realizzazione di guardarsi dentro, di fare un percorso. Va verso la componente che dicevi tu, spirituale, di ricerca, di meditazione, con una melodia molto mantrica. E Lino Capra Vaccina crea un tappeto di tantissimi suoni, ricchissimo di stratificazioni. Lino è un artista e una persona sensibilissima, disponibile e gentile. È meraviglioso potersi confrontare con personalità del genere, se leggi la sua biografia è impressionante. Ha aperto i concerti di Nico, ha suonato con Stockhausen. Tra l’altro, inizialmente con Miles e Alessandro avevamo registrato alcune tracce di prova, su cui Alessandro aveva aggiunto delle batterie potentissime, puro free jazz, stranissime. L’ho mandata a Lino e lui ha creato una traccia così bella che abbiamo tolto tutto il resto (ride). Ci ha mostrato una versione di quel brano che valorizza maggiormente questo aspetto di immersione, di entrata in qualcosa. Ed è bello, perché ha mostrato un’altra direzione. Senza imporre nulla, l’ha fatto suo e ha aperto la via del brano.

Nel presentare il lavoro, hai dichiarato una coralità non solo di collaborazioni, ma anche di ispirazioni, molteplici e cambiate in corso d’opera data la lunga gestazione del disco. Dal folk britannico degli Incredible String Band, all’americano più classico di Young e Dylan, ma anche Robbie Basho, Linda Perhacs, Joni Mitchell. Cosa ti sei portato dentro di questi artisti e c’è qualcosa che credi li accomuni?
Ci ho pensato molto nei mesi successivi, perché sono le influenze che ho avuto ancora quando ci stavo lavorando e che per questo ho anche metabolizzato. Oggi mi rendo conto che sono ascolti che mi hanno accompagnato moltissimo, però sono preso da quello che possono comunicare come idea di percorso, più che come singole influenze strettamente musicali. Joni Mitchell mi rimane più di altri, perché, oltre a essere musicalmente meravigliosa, rappresenta quello che hanno fatto grandi come Dylan e Young o Battisti. Artisti che hanno sempre proseguito un proprio percorso. Che hanno fatto la storia della musica e dell’arte, andando a toccare l’espressione massima dell’essere umano. Che hanno aperto e superato i propri limiti e si sono imposti di continuare a portare avanti una ricerca. Bob Dylan ha pubblicato una marea di album, ma se ascolti un disco di metà anni ‘60 o di metà anni ’80 i suoni sono diversissimi, così come il concetto e le sfaccettature.
Lo stesso per Joni Mitchell, in ogni album ha spinto le sperimentazioni sempre più in là, anche grazie alla ricerca di musicisti incredibili, penso ad esempio a Jaco Pastorius. Suoni sempre più assurdi e partiva da un folk semplicissimo. Neil Young ha stretto la sfida personale di superare i propri drammi, mettendoli in musica. Sono artisti che mi mostrano più dell’aspetto stilistico. Mi colpisce il loro coraggio, la loro sete di ricerca, il non fermarsi proprio perché è un’indole umana. Se vuoi continuare a metterti in gioco, l’espansione della tua coscienza e della tua conoscenza è infinita. Nel caso specifico di Joni Mitchell, la cosa secondo me ancora più meravigliosa, molto semplicemente, è che è una donna. Sapere che un’artista sia riuscita a compiere un percorso potentissimo, alla pari di Dylan e Young solo per citare nomi nello stesso genere, per me ha una forza ancora più grande. Tu in quanto donna sicuramente avrai le tue esperienze, quelle piccole cose che però ci sono sempre. Se in più ti devi confrontare con le grandi pressioni del music business, è ancora più difficile. Sapere che c’è chi l’ha fatto comunque, con enormi energia e convinzione, mi dà una grande energia.

Dopo “Giuro non so che fare”, arricchita dal trombone del jazzista sardo Federico Fenu, arriva la tropicale “La canzone del melograno”, ritmica di Alessandro Cau insieme al clarinetto basso di Enrico Gabrielli. Gabrielli non me lo aspettavo, pensando ai vostri percorsi mi sembra un po’ il tuo corrispondente più oscuro.
Enrico lo conosco da anni, non da definirlo amico, però è sicuramente un buon conoscente. Abbiamo tante amicizie in comune e quando ci si vede c’è tanto di cui parlare, in più è una carissima persona. Parlando con Juju e Miles degli artisti che sarebbe stato bello coinvolgere per i vari arrangiamenti, è emerso il nome di Enrico rispetto alla canzone del melograno. In un giorno di super fortuna, mentre io e Juju ci stavamo occupando di varie sovraincisioni, Enrico era effettivamente in città, non so se in pausa dal tour con PJ Harvey. Una coincidenza incredibile. Aveva qualche ora libera ed è venuto, ha ascoltato il brano e gli è piaciuto. Abbiamo registrato il suo clarinetto basso ed è venuto fuori un arrangiamento che mi piace molto, che tira fuori anche un’atmosfera tropicalista che è sempre stata una mia grande influenza. La sensibilità dei musicisti brasiliani, quell’attitudine agrodolce: il parlare di sentimenti d’amore con questa malinconia, la saudade, e insieme anche questa leggerezza. È un gioco che non si trova sempre in altre culture e musiche. E mi è piaciuta anche la gestione molto anni '60 del mix della voce, molto profonda davanti a tutti gli strumenti, che si muovono veloci e intricati in un’atmosfera comunque rilassata, non troppo pressante né troppo distesa. L'arrangiamento di Enrico è stato molto bello, per l’unione di quel mondo tropicale al suo percorso, che è comunque più contemporaneo.
Rispetto al lato oscuro che hai menzionato, come personaggio io l’ho sempre visto assolutamente poliedrico. In una recente intervista, Enrico ha detto che lui concentra la maggior parte della sua energia nell’empatia. Per me è meraviglioso, perché è la condizione principale per poter riuscire a stare con tante persone, a capirsi, a viversi bene questa vita. Enrico riesce a fare così tante cose, e così bene, ed è una persona meravigliosa. Questo aspetto oscuro secondo me c’è, ma lo vedo gestito ed espresso artisticamente, in una maniera molto elegante e bella. Mi sembra molto giocoso, gli piace fare cose un po’ pazze, sperimentare. L’oscurità che c’è dentro tutti noi bene o male viene sempre fuori. Io posso sembrare positivo e credo di esserlo, per quanto in costante lotta per trovare il mio equilibrio e la mia dimensione. Però tutti secondo me ce l’abbiamo e a volte si nota anche se non te lo aspetti.

Di cosa parla “Non so dove andrò”, che presenti come un brano di pop nordafricano?
Per quanto riguarda il discorso del pop nordafricano, è stato soprattutto Miles, che ascolta un sacco di musica da tutto il mondo, a spingere molto come produzione verso le finezze e i giochi armonici della musica nordafricana, comunque famosissima anche in occidente, penso ad esempio a Youssou N’Dour. Quel brano vuole giocare su queste atmosfere. Il violino è suonato da un violinista polacco di Verona, Lukasz Kuriat, un musicista da conservatorio classico incredibile, che suona qualsiasi cosa con leggerezza e maestria totali. Armonicamente non è un brano scontato, perché passa dal minore al maggiore e la melodia, quando è minore, non sempre si appoggia sul maggiore, ma crea tutti degli strani appoggi e battimenti, che di solito ritrovi in musica africana o orientale proprio per via del loro diverso concetto dell’armonia. Lukasz ha giocato con questi elementi. È l’ultima che ho scritto prima di partire per il tour due anni fa e parla proprio di lanciarsi. Era proprio il momento in cui, chiuse tutte queste cose della mia vita, ho iniziato un percorso nuovo e ignoto. Però è quell’ignoto che ti salva, che ti rigenera. Può essere anche un totale fallimento, però finché non ti lanci non lo saprai mai. Questa canzone parla dell’energia di quando ti butti in qualcosa di nuovo e non sai cosa succederà. In quei due mesi ho fatto un viaggio incredibile, sono riuscito a fare questo disco. Il brano parla del timore e insieme della voglia di buttarsi in quel percorso.

Non so se sia un caso, ma “C’è una donna nel mio cuor” sembra il pezzo più semplice del disco, anche l’arrangiamento è pulitissimo. Desideravi che fosse un brano più tuo?
Era assolutamente la più intima, la più minimal. Anche la più classica e cantautorale, voce e chitarra. Abbiamo cercato di giocare molto sulla prospettiva. Ho registrato il disco nella casa di campagna di un nostro amico fonico. Una casa antichissima, con affreschi stranissimi, in una stanza ancora più grande del nostro salotto. C’erano molti microfoni che prendevano la chitarra. Abbiamo giocato molto sul prendere i suoni della stanza, quello che senti è proprio la dimensione di questo spazio. È un pezzo molto romantico e mi è servito anche per buttare fuori questa cosa. Però, ora come ora, passato tutto il sentimento, rispetto agli altri pezzi l’ho proprio lasciata. La suono e mi fa piacere, però farei fatica a darle il senso più aperto degli altri brani. Questo è meno interpretabile, è quella cosa lì, punto.

Tobjah 5

Nell’ultimo pezzo, “Forte luce”, fa la sua comparsa la concertina di Luigi Pinarel. Ho letto che la traccia è stata registrata da Niccolò Cruciani su un registratore a mini cassette qui a casa tua. 
Tra l’altro Gigi dovresti averlo sentito rientrare in casa poco fa (ride). "Forte luce" è l’unico pezzo che ho registrato qui in casa. Ha un processo molto semplice: avevo queste parole e questa idea, Nicolò ha portato il suo piccolo registratore, abbiamo registrato le tracce di concertina di Gigi e in seguito ci ho cantato sopra queste tante voci, che recitano un misto di poesia e canzone. È un po’ la chiusura: ho messo “Io mi muovevo” e “Forte luce” all’inizio e alla fine perché parlano di questo viaggio interiore, con tutti i vari percorsi e riflessioni in mezzo. L’ultimo brano è quello che apre la visuale, il trovare una luce. Che possono essere gli amici, una speranza, una persona con cui condividere un percorso. È tutto molto onirico in quel pezzo, però alla fine il messaggio è quello. Mi sono immaginato di essere in mezzo a un deserto o comunque a uno spazio naturale molto vasto, di notte, cercando una torre per capire dove sei. Sono tutte possibili interpretazioni anche del percorso della vita di tutti i giorni.

Per chiudere, posso chiederti chi sia Roberto Rizzini e perché tu abbia deciso di dedicare a lui questo tuo primo lavoro?
Roberto è un nostro amico, che è morto nel 2015. Musicista, mio coinquilino quando ho vissuto a Venezia, è una persona rimasta nei cuori di tutti. Perché era meraviglioso e anche legato a tutte le cose che abbiamo fatto. Era un musicista, quindi in qualche maniera abbiamo collaborato. Aveva fondato qui a Verona una band di folk dialettale, però vissuto in una maniera molto genuina, slegata dai revival. Il principio contrario dei leghisti. E l’ha fondata dopo un’ampia ricerca, proprio per evitare che le tradizioni diventino un appannaggio connotato politicamente, e per fortuna che abbiamo anche progetti del genere in città. Anche l’ultimo disco dei C+C “Fluttarn” è stato dedicato a lui, tanto più che è uscito proprio l’anno in cui se ne è andato. Poi sai, bene o male il ricordo di una persona te lo tieni vivo tu e ognuno trova il suo modo. Il mio è stato che questo disco fosse in memoria sua. È invece dedicato alle mie due nonne, entrambe ancora tra noi. Quando penso a loro, mi ricordano perché faccio tante cose. Ho scritto il disco in italiano anche per far sì che loro lo potessero capire, mi ricordavo che quando facevo ascoltare loro le canzoni in inglese dicevano “sì bello, però...”. Quando te lo dice una nonna ti trovi a pensare a come dovresti agire se veramente volessi arrivare a tutte le persone, non sempre e solo quelle del settore. Se veramente volessi riuscire ad avere una comunicazione diretta e più semplicemente a trasmettere qualcosa a una nonna di ottant’anni. Riuscire ad arrivare a quelle persone per me è molto più importante di tanto altro.  

Tag: intervista

Pagine: C+C=Maxigross Tobjah

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