Una colonna sonora può avere vita fuori dal film per cui è stata scritta? O dal documentario, videogioco, pure podcast, metteteci un po' il medium che vi pare. La risposta immediata è sì, basti solo pensare a quanta library music sia stata saccheggiata dai produttori hip hop, ma spesso così non è. Il problema se l'è posto recentemente Tommaso Colliva, produttore che ben conosciamo e che, a cominciare dal suo lavoro coi Calibro 35, è parecchio toccato da questo tema. Così ha deciso di trovare una soluzione a suo modo: fondare un'etichetta specializzata in musica applicata, chiamata Suonare Grazie. E dare così a queste composizioni una vita propria, fuori dal loro utilizzo originario e dalle logiche più strette del mercato discografico.
La prima uscita è The Basketball Dream, colonna sonora firmata dal batterista Fabio Rondanini - il più bravo in assoluto, secondo una classifica che avevamo fatto qualche tempo fa - per il documentario sulla storia del giocatore di pallacanestro Marco Belinelli. Abbiamo deciso di farci raccontare da entrambi questa nuova avventura. Il primo a rispondere è Tommaso.

Quando hai cominciato a pensare a Suonare Grazie e quali obiettivi ti sei posto?
L’idea è nata abbastanza gradualmente confrontandosi man mano con tante produzioni di musica applicata, che per un motivo o per l’altro han fatto fatica ad essere pubblicate. Un po’ perché la vita della musica applicata al di fuori dell’utilizzo primario (nel film, nel podcast, nel documentario…) è ovviamente tutta da inventare, un po’ perché spesso non rispetta gli standard del mercato discografico, ora assai basato su un mondo fatto di singoli a playlist. Per tanti progetti che ho fatto, ho pensato “sarebbe bello ci fosse un modo semplice e efficace di pubblicarle”, anche solo per certificarne l’esistenza e farli sentire a un pubblico interessato che so che esiste e cerca questo tipo di cose. Moltissime volte parliamo di musica sartoriale di altissimo livello, pensata, composta e modellata sulle immagini - anche solo di un cortometraggio - e credo sia un delitto che vada perduta quando il contenuto principale finisce il suo ciclo.
Perché questo nome?
È la targhetta che abbiamo sulla porta dello studio e ha, ovviamente, una forte componente ironica, ma mette anche in luce una linea artistica abbastanza importante di quello che andremo a pubblicare, ovvero che la cosa importante qui è la musica. Certo, poi c’è tutto il contorno, ma vogliamo fare dischi in cui la cosa importante e prioritaria sia il contenuto sonoro.
Che mercato è oggi quello delle library e cosa può dare la label in tal senso? Che meccanismi vuole scardinare?
Il mondo delle library è stato assolutamente rivoluzionato negli ultimi decenni. Oggi la funzione che avevano i dischi degli anni '60 e '70 - quella di fornire materiale utilizzabile per produzioni audiovisive - è in gran parte assolta da librerie di stock music con una gestione assolutamente efficiente, di sample preconfezionati da assemblare e generatori A.I. di vario tipo. Paradossalmente credo la cosa da recuperare delle library dei tempi d’oro sia, invece, quella sensazione di totale libertà creativa nell’immaginare musica di commento sulla base di un titolo. Se sfogli qualsiasi catalogo di Library e leggi anche solo i titoli, ti si apre un mondo. Da Ittiologia (Alessandroni) a I Problemi di oggi (Umiliani) a Controfase (Morricone).
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La musica dei podcast è già un mercato?
La musica nei podcast è una giungla. Non ha collecting diretto da parte di SIAE ed è quindi alla stregua della musica di un film che deve essere licenziata ad hoc dai possessori dei diritti ai produttori del podcast. Una dinamica in gran parte irrealistica per il tipo di budget che girano per un contenuto a basso costo di fruizione, come il podcast, e tremendamente scomoda per le produzioni che devono fare accordi one-to-one. Esistono però realtà che capiscono e comprendono la forza della musica nel dare un’identità a un prodotto e si muovono per far sì che la cosa accada. Credo sia un altro di quegli ambiti in cui il mercato si dividerà forzatamente tra produzioni stracolme di stock music e altre che sceglieranno una sartorialità che le differenzia dal resto.
Com’è cambiato il mestiere di chi fa musica in questo settore? E quanto è redditizio, rispetto ad altri ambiti della musica?
Ho a che fare - anche - con la musica per immagini da poco più di vent’anni, ma i cambiamenti sono stati evidentissimi. La tecnologia ha portato cambiamenti radicali sia in termini realizzativi (si può fare molto di più a costo vivo molto inferiore), sia in termini di richiesta (si producono un numero immenso di prodotti) con processi produttivi spesso passati da filiere fortemente seriali, nelle quali la musica arrivava “ad un certo punto” a filiere in cui si lavora tantissimo in parallelo e io inizio a lavorare alle musiche di un film mentre lo stanno girando e il montatore produce giornalmente un montaggio aggiornato. Questo rivoluziona i processi creativi in maniera profonda. Per farlo in maniera costante e seriale c’è la necessità di un’enorme dote di capacità artigianali specifiche che si imparano man mano: ogni produzione una piccola sfida e un corso di aggiornamento.
Sulla redditualità dipende moltissimo da alcuni fattori importanti: chi è il musicista/artista e in che tipo di produzioni si è coinvolti. Sicuramente, però, può rappresentare un’alternativa al percorso standard del musicista che fa i dischi e poi va in tour.
Perché la prima uscita con Belinelli e Rondanini? Che disco è?
The Basketball Dream rappresenta a pieno quello che dicevo sopra. Fabio ha fatto una bellissima colonna sonora, mostrando una musicalità ampissima e in parte inedita per chi lo conosce “solo” come batterista.Finita la colonna sonora, nessuno l'avrebbe pubblicata e sarebbe di conseguenza stata messa nel cassetto. Quando Fabio me l'ha fatta sentire e ha raccontato il contesto, ho capito che era il momento per mettere in piedi Suonare grazie e avere un organo per far uscire questo tipo di cose.
Da qui in poi la parola passa a Fabio Rondanini, che racconta la nascita di The Basketball Dream e il lavoro fatto sulla colonna sonora.
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Sei appassionato di basket? come ti sei preparato a questo lavoro?
Non ho mai seguito il Basket e non sono mai stato appassionato di nessuno sport in particolare. Mi piacciono, però, molto le storie, soprattutto le storie legate allo sport. Credo che riescano in qualche modo a viaggiare parallele alla realtà di tutti i giorni e allo stesso tempo raccontarla alla perfezione. Il che le rende spesso emozionanti, quasi commoventi. La storia di Marco Belinelli non è da meno: conoscevo a malapena il suo percorso ed è stato molto intenso entrare nel suo racconto. Un percorso faticoso ed impervio vissuto con carattere ed enorme tenacia e dedizione. Emoziona se ci ricorda il nostro percorso, ma emoziona soprattutto perché al posto suo potevamo esserci noi. Ci fa porre delle domande fondamentali su quello che potevamo essere, siamo e saremo.
Come hai lavorato? Quanto è stato diverso da quel che fai “abitualmente”?
Sono partito da dei concetti molto semplici: il basket è danza, è ritmo, è groove, ma anche rivalsa sociale ed originalità. È hip hop. Tutta la scena hip hop è infatti da sempre legata al mondo del basket. L'idea di partenza è stata di prendere i suoni del campo da basket, campionarli ed usarli come cellule ritmiche. Sono stato in una palestra è ho registrato più suoni che potessi, poi mi sono messo ad ascoltare il suono di una partita registrata aspettando che mi apparissero delle cellule ritmiche definite e ripetibili. È successo in pochi istanti. Il ritmo ed il suono sono parte integrante nel basket. Da lì in poi ho proseguito liberamente, senza schemi. Hip hop proprio perché è un genere musicale molto largo nel contenere mondi diversi tra loro. È lì che si incontrano jazz, musica contemporanea, rock e psichedelica in un continuo superamento del passato e degli schemi precedenti. Quello che succede anche nello sport, nel basket, dove l'evoluzione è addirittura misurabile con vittorie e record.

Perchè è per te importante che musica del genere possa avere una ricaduta anche discografica? E perché Suonare Grazie?
Sono stato molto combattuto se uscire o meno con un disco. Avevo paura che potesse non reggere senza immagini. Poi ho riflettuto sul fatto che da sempre sono appassionato di dischi di colonne sonore e di come musica e immagini diventino imprescindibili uno dall'altro. Sentire la musica vedendo il film e vedere il film ascoltando il disco. La premessa è anche contenitore in questo caso. A convincermi definitivamente è stata poi la proposta di Tommaso Colliva di uscire come prima release della sua etichetta Suonare Grazie, un progetto molto ambizioso e sincero che sono sicuro andrà molto lontano.
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L'articolo Musica ben applicata di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-09-21 11:47:00

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