intervista

Ugo Borghetti e Asp 126: "Un disco d'oro non vale la recita"

Bevono tutto "Senza Ghaccio", perché sono contro ai cocktail moderni e non vogliono prendersi l'epatite. Amano l'hip hop, ma detestano le pose e la smania di fare i soldi di molti colleghi. A tu per tu con la nuova romanità fatta rap
11/12/2019 09:01

“Sei di Milano, tiferai Inter”, esordisce così nella nostra chiamata, “In realtà tifo Samp”, rispondo io (mi piace sempre ribadirlo). “C'ho avuto dei casini una volta a Marassi”. Per quanto disgraziate possano essere le dinamiche tra le tifoserie, il calcio, fortunatamente, è un argomento che ci accumuna sempre. Cambio discorso: ”E tu, ti sei preso una sbronza e sei finito a fare a botte”. Mi riferisco al suo occhio. “Macché, è l’orzaiolo de merda, guarda, sembro Guè Pequeno”.

Senza Ghiaccio, il disco firmato assieme da Ugo Borghetti e Asp126 per Bomba Dischi, mi è piaciuto parecchio. Afflitto anche dalla febbre, mi dispiace Ugo non possa sostenere questa intervista al massimo della sua forma. Nel frattempo Asp sta girando una canna. Asp viene chiamato affettuosamente Asperino, pur staccando Borghetti di almeno 20 cm. Insieme sembrano agli antipodi, una coppia perfetta, la versione 2.0 dei Flaminio Maphia.

Partiamo, e non potrebbe essere altrimenti, da Roma. 

Anche voi del liceo Virgilio, come buona parte della scena rap romana?

UGO: In realtà no, però spesso stavo al Virgilio, infatti tanta gente ancora oggi mi ferma chiedendomi se lo frequentavo.

ASP: In pratica facevamo sega alla nostra scuola per andare lì.

Prima della 126 facevate già rap?

ASP: La 126 è una crew fondata da me, Piero (Ketama) e Franco (126). Ma facevamo già rap prima di conoscerci, era già la nostra passione. Diciamo che con il loro incontro ho iniziato a prenderlo più seriamente, a cimentarmi. Con la serietà con la quale può cimentarsi un quattordicenne, sia chiaro. Ancora non ci chiamavamo 126.

UGO: Sono l’ultima entrata della 126, quello del mercato di riparazione (ride). Direi che con loro ho mosso i primi passi nell’ambito rap. Ho sempre scritto appunti, pensieri, ma mai una barra, non avevo mai preso in mano un microfono. Anzi, quando ero pischello prendevo in giro un mio compagno, Paure1, perché rappava. Al rap sono arrivato tardi, la prima strofa l’ho composta con Franchino sotto casa di Asp. A lui è piaciuta, perché non provarci, mi sono detto.

A differenza di altre crew, il vostro immaginario è caratteristico, le vostre radici comuni ramificano in stili completamente diversi.

UGO: Se togli i video e ascolti solo la voce degli interpreti di alcuni gruppi, di alcune crew, sembrano tutte uguali. Credo sia proprio il modo di cantare che li accumuna, non è solamente colpa dell’autotune. Ma poi la codeina non mi si addice, mi sentirei un coglione.

ASP: Noi de base cerchiamo d’essere spontanei. Ho anche provato ad imitare qualche artista che mi piaceva, non ne è mai uscito nulla di buono.

UGO: Siamo anche un po’ costretti, se Ketama è il più forte a fare una cosa e Pretty un’altra non ha senso scambiarsi, ognuno deve trovarsi il suo stile. C’è una specie di competizione sana, magari me rode er culo quando un fratello scrive una strofa spaziale, ma non ho mai provato invidia.

Asp e Ugo, foto via Bomba DischiAsp e Ugo, foto via Bomba Dischi

Parlando di stile, sono anni che in realtà cantate insieme, da Tarallucci e vino alle canzoni di Senza Ghiaccio. E c’è stata un’evoluzione evidente. 

UGO: Ci abbiamo messo il nostro tempo. Non è facile trovare una via propria in un momento in cui tutti sono rapper. Non ci andava di fare una cosa del tutto imitata, ma la nostra evoluzione non è stata ricercata, era più un sentimento che ci muoveva.

ASP: La cosa è venuta da sé. È stata una svolta spontanea. Abbiamo fatto un paio di canzoni insieme, LambrateGianicolo e 20€, e il risultato ci gasava un botto. Abbiamo avuto riscontri positivi, siamo stati incoraggiati e col tempo siamo riusciti a perfezionarci.

UGO: E poi personalmente Asperino me fa volà.

Perché avete deciso di intitolare così l’album?

UGO: Perché tutti adesso si bevono ste robbe piene di ghiaccio, sti cocktail strani. Banalmente, senza ghiaccio è come mi piace bere la roba.

ASP: E poi il giacchio è il principale veicolo dell’epatite B.

Nella recensione di Senza ghiaccio ho azzardato un paragone col neorealismo. Spulciando poi le vostre biografie, ho scoperto che effettivamente non vivete di musica. Siete credibili per quello?

UGO: Asp fa un lavoro “normale”, io spero che questo diventi il mio lavoro a tutti gli effetti, ma ancora non ne sono del tutto convinto.

ASP: Al rap inizialmente mi ci sono avvicinato così, cioè lo trovavo fico per questo motivo: la scena italiana era composta da gente che non lo faceva per lavoro. Forse per questo preferisco cantare della quotidianità, di cose che mi rappresentano. Anche sta fissa dello spaccio, a 16\17 anni sono esperienze che abbiamo provato un po’ tutti.

UGO: Da giovane ti piacciono i soldi facili, questa storia dello spaccio e del rap, del background è strana. I ragazzi che cantano d’impicci, a diciotto anni che passato criminale possono vantare?

ASP: Tutta sta strada, con tutto il rispetto, anche se sei il più coatto, chi te caca? Ma a 18 anni ndo sei nato? Rick Ross steccava alla grande. Gucci Mane ha passato metà della vita ar gabbio, mo è miliardario e se sarà anche rotto er cazzo. Adesso fa il rapper di lavoro, ma lui realmente di lavoro faceva altro, per questo la trap ai suoi albori mi gasava un sacco. The state vs Radric Davis è l'album della vita.

UGO: La scena hip-hop è nata così. Coolio, Snoop Dog, tutta gente che ha iniziato la carriera da rapper per riciclare i soldi, a 40 anni, dopo 20 d’impicci. Se a diciotto anni sei a questi livelli non ti conviene nemmeno iniziare la carriera da rapper. Sta finzione ormai è arrivata agli estremi. Nella vita puoi spacciare o fare altro, l’importante nel rap è essere sinceri. Puoi mantenere la coerenza per un paio d’anni, ma quando inizia ad arrivare il successo si vendono tutti. Se passi l’intera giornata sui libri ma se sei bravo, nessuno avrà da rimproverarti nulla.

Quindi per rimanere credibili vi precludete la via per il successo?

UGO: Dipende cosa intendi per successo. Se per risultati intendi dischi d’oro, passaggi in radio sti cazzi. A me interessa mangiarci adesso, ma m’interessa ancora di più che le mie canzoni rimangano tra 10 anni. Quanti rapper uguali uno all'altro ci sono al giorno d’oggi? Esplodono e dopo due anni non li ricorda più nessuno.

ASP: È giusto che ci paghino, com’è giusto che paghino ogni artista. Se non ricevessi neanche un euro continuerei a fare canzoni lo stesso, perché mi fa stare bene, mi piace comunicare quello che penso. Ma ho una visione un po’ diversa, più la gente mi sostiene, più posso permettermi di fare musica, i soldi a quel punto non sono nemmeno una giustificazione per non alzarmi la mattina ed andare a lavorà, per imbriacarmi alla faccia vostra. Come cazzo te lo posso dì, anche Michelangelo lo pagavano per dipingere la Cappella Sistina.

UGO: Non ho nulla contro chi ce campa, probabilmente vorrei essere al loro posto, ma crescendo ti rendi conto davvero delle cose che contano. Quando scopri che la villa del video è dell’amico e la macchina affittata…

ASP: Quando capisci che il successo è di plastica non puoi che chiederti “ma chi me lo fa fare?”. Cioè , chiedo a te, Dargen D’Amico adesso ce campa de sta roba? Credo abbia fatto dei bei soldi in carriera, hai capito cosa intendo. Ti cito lui perché è proprio uno dei miei rapper preferiti, Di vizi di forma virtù me lo ascolto a rota ancora oggi. Ma per fare qualcosa che lo rispecchiasse veramente si è dovuto evidentemente sottrarre a delle logiche del mercato.

Da sinistra, Ugo Borghetti e Asp 126. Foto via Bomba DischiDa sinistra, Ugo Borghetti e Asp 126. Foto via Bomba Dischi

Probabilmente i suoi tormentoni estivi o i featuring con Fedez sono stati scritti proprio per ovviare a questo problema.

ASP: Tu non copi Dargen D’amico?

UGO: Non ho mai ascoltato rap americano. Ad essere preciso anche poco rap italiano, ho sempre ascoltato solamente rap romano. Nemmeno quello più mainstream, Chicoria, Suarez, Muggetto, sono forse le seconde linee del rap romano, quelle meno inflazionate e quindi più vere. È il genere di rap che mi piace, se devo ascoltarmi un rapper milanese mi ascolto Il profeta o Cisky, tutta gente che non arriva al grande pubblico, che ha un background vero. Solo chi viene dalla strada può comprendere davvero...

ASP: Di Suarez e Gente De Borgata avremmo visto 30 concerti, ne facevano uno ogni due settimane. Anche Milano ha una scena sua, ma forse è troppo influenzata da tutti i nomi che ci si trasferiscono. Il rap romano è nostrano, credo sia proprio un sottogenere a sé. Il rap romano è sempre stato contraddistinto dalla crudezza, non penso nessuno abbia mai raggiunto la veridicità del Chicoria nella narrazione.

L’autoreferenzialità è un altro aspetto tipicamente romano, o sbaglio?

UGO: Magari è una prospettiva limitata, ma perché devo ascoltare qualcosa che viene dall’altra parte dell’oceano? Che poi è impossibile ignorare il rap americano, se vuoi fare questo lavoro. Sono romano e vado fiero della mia romanità, per questo mi piace ascoltare canzoni che raccontino di quel che mi capita sotto casa. Quello che veramente ci rispecchia al di fuori del rap è la tradizione romana per eccellenza: Califano, Stefano Rosso, Gabriella Ferri…

ASP: Stefano Rosso kingone sui contenuti

UGO: Se fossi stato milanese mi sarei sicuramente ascoltato Nanni Svampa. Ma, per dire, mi sta sul cazzo Venditti.

La cover di

Ma come, l’avrete cantato centinaia di volte allo stadio. Volete riscrivere l’inno della Roma?

UGO: No no, per carità, nun se tocca.

ASP: Ma che sei matto? Però il mio sogno è scrivere una canzone che, storpiata, ispiri un coro allo stadio.

UGO: Stavano per riuscirci Franchino e Carlo con Pellaria.

ASP: Quello sarebbe un vero sogno. Non c’è disco doro che tenga.

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L'articolo Ugo Borghetti e Asp 126: "Un disco d'oro non vale la recita" di Marco Beltramelli è apparso su Rockit.it il 11/12/2019 09:01

Tag: album

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