Foto Profilo: Vanarin Intervista

VanarinVanarin
27/03/2018 di

Foto Profilo è la nostra rubrica di interviste con la quale continueremo a seguire la nostra vocazione primaria: presentarvi validissimi e nuovi artisti italiani. Le regole sono semplici: con ogni risposta, una foto. Oggi protagonisti sono i Vanarin (le risposte sono di Giuseppe Chiara, voce, chitarra e tastiere nel gruppo), band bergamasca che ha da poco pubblicato l'album d'esordio "Overnight" (Woodworm label), e che potremo vedere dal vivo il 26 maggio al MI AMI Festival (consigliate le prevendite qui). 

I Vanarin nascono nel 2015 dall’incontro tra David, già Sonars, e Marco Sciacqua degli Arcane of Souls, a cui poi ti aggiungi tu (turnista dei Verdena), Massimo Mantovani e Marco Brena: mi racconti com'è andata a finire che vi siete messi a fare un gruppo tutti assieme?
Io e Marco Sciacqua volevamo fare qualcosa insieme da un po’, avevamo formato un gruppo nel 2014/15, i Demian Walrus. Poi credo che il concerto dei Verdena al Filagosto sia stato il primo punto d’incontro fra me, Marco e Dave. Mentre continuavo il tour di "Endkadenz" loro due hanno iniziato a suonare insieme ad altri nostri amici, infine mi sono aggiunto anche io. Dopo i primi 4 o 5 concerti abbiamo dovuto cercare un nuovo bassista, ed è lì che Dave ha incontrato Massimo, che ai tempi lavorava al Bloom. L’ultimo ad aggregarsi è stato Marco Brena alla batteria, che ha subito portato un tocco diverso al progetto. È stato tutto molto provvidenziale, ne parliamo spesso!

Il vostro è un percorso abbastanza classico per una band nata dopo gli anni duemila, ovvero autopromozione, soprattutto digitale, e poi una robusta dose di gavetta in festival e manifestazioni locali: per voi le autoproduzioni e i live sono ancora importanti?
Per noi i live sono fondamentali; fin dal primo concerto è iniziato un passaparola che ci ha aperto un sacco di porte. È il momento dove ti guadagni il tuo pubblico, ogni persona che si avvicina al palco è una piccola vittoria, vuol dire che in qualche modo hai stimolato la curiosità di qualcuno, che è la cosa più importante. Poi non possiamo non menzionare Roberta (Sammarelli, bassista dei Verdena ndr) che, nel ruolo di manager, ha fatto un grande lavoro per darci maggiore visibilità. Diciamo che il percorso classico funziona ancora, ma il tempo richiesto è tanto e bisogna stare attenti a tanti aspetti: curare il lato social e la distribuzione digitale, mandare un sacco di email ai locali e poi, ovviamente, suonare il più possibile.

L’anno scorso siete usciti con il vostro primo omonimo ep, contraddistinto da sonorità vicine al britpop più classicamente inteso: quali sono le vostre band di riferimento?
L’ep ci ha permesso di conoscerci bene l’un l’altro come musicisti; più che nel britpop in generale, sapevamo di avere tutti in comune una base solida nei Beatles, ai quali ci siamo ispirati sicuramente nell’approccio agli arrangiamenti. Non è mai stato deciso un genere in particolare da seguire. In realtà i gruppi che nominavamo in quel periodo erano più americani/australiani che inglesi, si parlava spesso di The Lemon Twigs, Unknown Mortal Orchestra, St. Vincent, King Gizzard, Tame Impala

Tu sei stato, come abbiamo ricordato prima, turnista con i Verdena ai tempi di “Endkadenz”: di quell’esperienza cosa ti sei portato dietro?
Ho imparato un sacco di cose. Anche solo vedere cosa significa fare un tour a livello logistico, quante persone ci lavorano dietro, i ritmi a cui lavorano, è stato molto interessante. Poi ovviamente mi sono potuto immedesimare anche nel lato artistico: la routine che precede l’inizio di un nuovo tour (i firmacopie, le interviste…), ma anche i dubbi, la tensione, la volontà di soddisfare sempre le aspettative, sia in studio che live. Insomma ho visto con cosa hai a che fare quando da più di 20 anni sei un punto di riferimento. Però la cosa che più mi porto dietro come insegnamento è l’approccio istintivo e spesso giocoso con cui affrontano la loro musica; a volte quelle che io ritenevo cose studiate apposta per comunicare un particolare messaggio, erano invece il frutto di una semplice e naturale intuizione artistica, il che è una cosa bellissima. Essendo io passato dal suonare da solo in cameretta ad un’accademia di musica, grazie a loro ho potuto vivere il lato più punk-rock della cosa.

Cosa c'è di nuovo in "Overnight" rispetto al primo ep, e come mai la scelta di "Holding" come singolo?
Abbiamo cambiato un po’ rotta nel senso che abbiamo aperto le porte ad altri generi (trap,funk, r’n’b) grazie anche all’apporto del nostro batterista Marco. In "Overnight" ci siamo sbizzarriti di più sugli incastri ritmici fra i vari strumenti, che è anche un buon metodo per riuscire a suonare tutti senza saturare l’arrangiamento. "Holding" l’abbiamo scelta come singolo in quanto più immediata rispetto ad altre, dove invece non mancano parti strumentali più dilatate e psichedeliche. Insomma siamo sempre noi, ci siamo solo pettinati meglio.

Tag: foto profilo rubrica intervista

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