Il potere superiore delle parole: Vegas Jones racconta il nuovo album "Bellaria" Intervista

Vegas JonesVegas Jones
05/04/2018 di

Vegas Jones ha da poco pubblicato il nuovo album "Bellaria", uscito lo scorso 23 marzo per Universal Music Italia, e ce lo racconta in quest'intervista dove parla dei suoi inizi, della scelta dei featuring, di quanto ami l'esperienza live e del desiderio di comprarsi una cabrio.

 

Hai iniziato ad ascoltare rap attraverso un videogioco. "Need for Speed" aveva come colonna sonora la versione di “Riders on the Storm” cantata da Snoop Dog. Se tra le auto e il rap hai scelto il rap, perché, tra i due mondi così distanti che si incontrano in questa canzone, hai scelto l’hip hop?
Il pezzo era un remix ma lo stile con cui i rapper erano in grado calarsi, di immedesimarsi su ogni base mi colpì fin da subito. Ero affascinato dalla voce di Snoop Dog pur non conoscendolo ancora. Continuai ad ascoltare quel pezzo per mesi, lo impostai come colonna sonora di tutto il gioco. Ma avevo circa 7 anni, era ancora un piacere inconsapevole. La base mi gasava un sacco, il testo mi piaceva ancora di più, anche se non lo capivo. Ero ipnotizzato dalla voce. Cominciai a pensare che mi potesse piacere cantare e alla fine ho scelto il rap perché penso che le parole abbiano un potere superiore ad ogni tappeto sonoro che gli si accosti.

Citando direttamente le tue parole: “"Malibu" l’ho scritta in inverno, in una serata di pioggia a Cinisello. Quando sono arrivato a Malibu era come se nella mia testa ci fossi già stato, il sogno diventa realtà, basta volerlo”. Con “Bellaria”, il tuo primo album ufficiale, ha più o meno funzionato nella stessa maniera, ti eri già immaginato un debutto sotto major?
Avevo sognato di fare un disco sotto major ma non avevo idea di come potesse uscire. Non avevo nulla di pronto, nulla di prestabilito. Avevo solamente le mie canzoni e continuavo a scriverne di nuove. La struttura del disco è venuta fuori passo dopo passo insieme alle tracce. “Bellaria” è un disco totalmente spontaneo, così come lo è stato “Chic Nisello”, ma con un team, dei mezzi, un'attenzione alle spalle maggiori. Non voglio dire che "Chic Nisello" sia stato un disco in cui non mi sono impegnato al 100%, ma “Bellaria” è un album ufficiale, è il mio primo grande passo nel mondo della musica ufficiale. Nonostante i mezzi, anche quest’album è stato registrato con la stessa mentalità del precedente, coinvolgendo le stesse persone.

In major ci sei arrivato per step, nonostante tutto hai mantenuto un certo legame con lo studio di Don Joe per non rinnegare totalmente la tua immagine fortemente hip hop.
In Italia la gente ha iniziato ora ad accettare il rap e i rapper hanno iniziato ora a fare apparizioni nei programmi televisivi. L’America è una realtà diversa, ho potuto constatarlo sulla mia pelle. Un settantenne di Venice Beach sa perfettamente chi è Young Thug. Quando un rapper importante esce con un disco, prima che l’album stesso sia messo in vendita, viene stabilito un palinsesto di apparizioni in programmi televisivi importanti, da Fallon agli eventi dell’NBA. Seguo molto la televisione americana, in Italia l’unico che fa un discorso simile è Cattelan. Il mio arrivo in major, come quello di tanti altri ragazzi anche più giovani di me, significa che forse anche nel nostro paese sta iniziando a cambiare la mentalità. Questo è il passo più bello che la musica, il rap, ha compiuto negli ultimi tempi. Fino a 5 anni fa se un rapper firmava con una major era un “venduto”, si sputtanava. Al giorno d’oggi, se mi dici che sono commerciale io sinceramente lo prendo come un complimento. Finalmente possiamo esprimerci e avere successo raccontando quello che siamo veramente. I ragazzini l’hanno capito, i puristi vanno man mano estinguendosi. Se domani cambiassi stile e mi avvicinassi a un genere ancora più commerciale del rap la gente probabilmente smetterebbe di ascoltarmi. I ragazzi si immedesimano nella mia musica, nelle mie rime. Io racconto quello che sono realmente e, siccome questa musica sta andando di moda, ho avuto un gran culo.

Come sono nati i featuring con Gemitaiz e Madman che, notoriamente, si sono sempre posti in conflitto con il movimento trap?
Non mi hanno mai nascosto questo loro punto di vista, molte volte si sono anche esposti contro diversi esponenti della scena romana. Tutte le persone presenti in quest’album le conoscevo, qualcuno in maniera approfondita, qualcuno un po’ meno. Ho avuto modo di incontrare Gemitaiz e Madman in Svizzera, durante un live in cui suonavamo insieme, loro dal vivo sono una bomba. Dopo la mia performance mi fermarono per dirmi che spaccavo e che, nonostante il mio essere un trapper, sapevo veramente rappare. Mi ha fatto molto piacere. Volevo fare un featuring con due rapper molto tecnici ed ho subito pensato a loro. Avevo in mente una canzone molto americana, tipo bangers, con più persone che partecipavano contemporaneamente sulla stessa traccia. La loro strofa sembra quasi una strofa unica, un freestyle.

Madman e Gemitaiz sono spesso presenti nei featuring insieme, è capitato anche nel disco di Ensi. Quando lo intervistai mi confessò che a lui la trap piaceva e che, a suo parere, poteva anche combaciare con gli stilemi dell’old school ponendomi come esempio la tua collaborazione con Bassi Maestro. Uno degli aspetti che ti distingue dagli altri trapper è proprio la tua abilità nello scrivere e rappare le tue canzoni. Come si conciliano all’interno della tua musica queste due componenti, una cosi antica l’altra così alla moda?
Con una fatica tremenda. A volte mi chiedo che sbatta ho di fare un disco con 10mila parole quando il 90% dei miei colleghi ne usa a mala pena duemila. È faticoso ma, allo stesso tempo, gratificante, è l’aspetto che conferisce il valore maggiore alla mia musica. Fare trappare Bassi è stato assurdo, Bassi Maestro sul beat trap è stata una cosa incredibile. Lui, pur essendo un esponente della vecchia scuola, è una delle persone con la più grande apertura mentale che io abbia mai conosciuto. Le basi trap sono basi trap, possono piacere o meno, semplicemente, sono il sound del momento. Le basi possono essere classic, trap, techno o dance, ma il rap è sempre il rap, ritmo e poesia. Io ho delle sonorità particolari connotate a volte da dei momenti cafoni, ma il rap c’è sempre, il rap è in ogni canzone. Oltretutto sono costantemente afflitto dal pensiero di portare le mie canzoni in live. Ogni canzone che ho scritto nella mia carriera me la sono immaginata durante un concerto. L’unica volta che non mi sono approcciato ad un progetto in questo modo è stato con “Oro Nero”, il mio primo disco sotto Honiro. Non ha funzionato.

A proposito di live…
Il live è veramente il mio momento preferito del percorso musicale, quello che mi gasa di più. Il contatto con la gente è ciò che mi spinge ad andare sempre avanti e, sinceramente, i live hanno contribuito in maniera fondamentale alla costruzione del mio nome. Quando non ero ancora così famoso mi rendevo veramente conto dei riscontri che ottenevo dopo un bel concerto. Magari, quando suonavo lontano da Milano dove ero meno conosciuto, dopo una bella performance la gente mi parlava, mi consigliava. Il mio nome è cresciuto anche grazie al passaparola. Senza i live non sarei arrivato dove sono oggi. A dir la verità non ho neanche una mia canzone preferita, ogni volta la cambio, in ogni città, a seconda di come reagisce la gente.

(foto via Facebook)

E ritornando invece all’Honiro, come mai non è stata un’esperienza così felice?
Partecipavo a molti contest e ne vincevo parecchi. Quando vinsi quello organizzato dall’Honiro mi contattarono come etichetta. Io avevo appena finito la quinta superiore e non avevo nulla da perdere, potevo andare a Roma a registrare un disco o iscrivermi all’università. Lavorai prima in uno studio contabile e in Porsche per potermi permettere la permanenza nella capitale, ma nel frattempo continuavo a scrivere canzoni. La Honiro qualche hanno fa era veramente un realtà importante ed è stata la prima ad aprirsi verso il mondo dei ragazzi molto giovani con Mostro e Low Low. Ma mi sentivo spaesato. Poco tempo dopo è scoppiata la scena milanese e io sono tornato a casa, di fatto sono tornato indipendente. Mi sono fatto assumere in un autolavaggio, lavorare mi ha aiutato nel mio percorso musicale, mi ha insegnato il valore dell’impegno. Fino a quando non avevo un autonomia economica non potevo dimettermi. Più che di un’etichetta avevo bisogno di una famiglia. Con Don Joe c’è stato rispetto fin da subito, da giovane ero un gran fan dei Dogo. È lui che mi ha portato fino alla Universal.

Un altro aspetto della tua musica che, a mio avviso, ti distingue dalla maggior parte dei trapper moderni è la tua sfumatura chill che spesso sfocia in ampi ritornelli. È una consuetudine dovuta principalmente a degli ascolti esteri e influenze della black music?
Il mio artista preferito forse è John Legend. Io ho anche studiato canto, mi fa piacere tu l’abbia notato. Ma rimango comunque un rapper e i miei ritornelli sono molto difficili da reggere durante i live. Ho un po’ di influenze da parte di Drake, Rick Ross, ma a livello di sound i miei ritornelli sono tutti ispirati da Paul Kalkbrenner. Techno vera, proprio un altro genere, la mia musica rispecchia fedelmente i miei gusti. Io uso beat abbastanza veloci, al giorno d’oggi i beat si assomigliano un po’ tutti. All’inizio, quando questa merda non la faceva ancora nessuno, quando ascoltavo i beat di Metroboomin o di London on da Track, quelli con i piattini dritti che all’epoca usavano solo loro, pensavo che questo sound assomigliasse veramente alla techno. A me sono sempre piaciuti i beat essenziali sui quali ho maggiore libertà di costruzione. In Italia, con i miei soci di Cinisello, siamo forse stati i primi a portare questo genere di basi. Charlie Charles ha sempre guardato maggiormente alla wave francese, noi a quella americana.

Oltre alla tua persona reale e al tuo nome da rapper, esiste anche una specie di personaggio letterario che rispecchia la tua vita ma che vive principalmente nei tuoi testi. L’alter ego romanzato è una consuetudine adottata da molti grandi scrittori come Hemingway e Bukowski. Molto spesso parli di te stesso in terza persona, come se le tue canzoni fossero riprese da un narratore esterno. Artisticamente parlando, qual è la necessità di costruirsi questo mondo parallelo?
Esattamente, è proprio un narratore esterno. È come se io vedessi me stesso dall’esterno e mi raccontassi, come giocare a The Sims con me stesso. In realtà parte tutto anni e anni fa, è un trip che è iniziato quando facevo i graffiti e avevo la necessità di crearmi un nickname con cui firmare le mie opere. Insomma, questa fantasia dell’alias mi ha sempre colpito. Comunque è bello avere un soprannome, un alter ego, è una cosa che i rapper americani hanno sempre fatto. Questo espediente artisticamente è fondamentale perché è il mio modo di evadere, di volare. Bellaria è il soprannome con cui mi chiamano i miei amici di Cinisello, a volte mi prendono per il culo perché sto facendo successo col rap e sto ancora in giro nel quartiere con loro. Per quanto possa evadere loro mi tengono con i piedi a terra, per questo le mie canzoni rispecchiano così tanto la mia vita reale.

(foto via Facebook)

Non se se grazie a "Chic Nisello" sei già riuscito a cambiare mezzo, suppongo non sia una Lambo viola ma, misurando la tua ambizione in auto, quale macchina vorresti comprare con questo disco?
No, non mi interessa la Lambo, figuriamoci, anche perché quest’anno avrò a che fare con le tasse. Non sono esperto, ma mi aspetto una bella mazzata. Mi prenderei un'altra Benz, sono le mie auto preferite. Il problema è che lo sfizio me lo sono già tolto, cioè, secondo me la mia Benz è la più bella di tutte, ho una Benz di un anno particolare, la più bella CC class mai progettata. Forse dopo questo album sarebbe ora di una cabriolet, per rispettare l'american mood di questo disco. Girare per Cinesello con la cabrio sarebbe veramente ignorante. Bella, mi prenderò una cabrio.

In una città così piccola, spartirsi il trono con un altro esponente importante come Sfera Ebbasta pensi ti sia stato d’aiuto o ti abbia tarpato le ali?
In realtà sono da solo quindi non mi fa né caldo né freddo. Io non ho nulla contro Sfera, è stato bravissimo a rendere l’idea. Mi dà un po’ fastidio perché tengo molto alla mia città, a Cinisello lo sanno tutti che non è di lì.

Hai per caso risposto al dissing di Jamil in “Nuovo Inoki” tra le righe del tuo album?
Non gli ho risposto e non ho intenzione di farlo, non voglio alimentare questo giochino: io me ne fotto di tutti, sto bene a Cinisello. Quando mi è giunta la notizia che Jamil mi aveva dissato ero in California su una Mustang per girare il video di “Malibu”. Gli ho risposto facendo uscire il mio album.

Tag: intervista

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati


    LEGGI ANCHE:

    Andare ai concerti allunga la vita