Linea 77 - via Chat, 04-05-2010 Intervista

18/05/2010 di

(Foto di Luca Saini)

Dieci anni di carriera alle spalle e "10" il nuovo album, tutto in italiano. Sonorità meno aggressive – un passo necessario, dicono – e testi che immancabilmente puntano a tirare le somme. Un disco importante, che mostra i Linea 77 nella loro versione più onesta: le paure, le spinte vitali, il desiderio di assumere nuove forme, e magari prima o poi arriverà anche un gruppo che li butterà giù dal palco e prenderà il loro posto (se lo augurano). Una chiacchierata via chat tra Emiliano Audisio e Luca Pancini (Minnies)



Quante date avete fatto fino adesso?
Quella di ieri è la quattordicesima. In pratica tutti i week-end. Come fosse un elastico, raggiungi i 300 all'ora e un attimo dopo sei fermo. Non ti nego che ciò mi rende un poco insofferente. Soprattutto tornare a casa la domenica, il giorno in cui tutta la città riposa risuonando come un'eco, offrendo spazi dilatati e una geografia nuova. È come emergere da un'immersione senza decomprimere, per cui tutte le domeniche rischio un embolo. Organizzare un tour in cui, per un periodo definito, fosse possibile suonare tutti i giorni o quasi, senza interruzioni e ripartenze, sarebbe l'ideale. Purtroppo, a differenza di altre realtà estere in cui i locali riescono a lavorare tutta la settimana, ciò non sembra possibile da noi. Siamo un po' come delle macchine ingolfate che tossiscono. Ma quale suonare, qui si stantuffa.

Siete al giro di boa: avete cambiato qualcosa nel vostro set durante il tour? 
Abbiamo man mano introdotto una parte dei pezzi del nuovo album all'interno della scaletta. Per il resto siamo sempre noi cinque sul palco.

Ad esempio come sono i nuovi pezzi dei Linea77?
Mi piacerebbe sapere come sono per chi li ascolta. O per chi fa le domande. Mi piace conoscere il modo in cui si trasformano attraverso l'esperienza altrui. Quali rinascono e quali si perdono. Anche solo per riderne, digrignare i denti o muovere le spalle. Noi i pezzi tendiamo a perderli, non potrebbe essere altrimenti. Ciò che suoniamo sono solo delle tracce, dei sentieri per ritrovarli. E spesso succede di non arrivare a nulla, ad una serie di note senza più canzone. Scendi dal palco ed è come se tornassi dalla caccia a mani vuote. Ti tocca digiunare. In generale trovo che i nuovi pezzi abbiano un altro passo, più armonioso e meno frenetico rispetto magari all'immediatezza di altri passati. Volano come le anatre. Non proprio delle schegge. Puoi guardarle e gustarti il tempo o prendere la mira e sparare. Più onesto di così si muore. E infatti succede. Ma anche qui ho detto poco e forse non basterebbe un libro. È comprensibile che per chi ha sempre considerato i Linea come una band "d''impatto" ciò possa suonare in qualche modo destabilizzante. Ma è un passo necessario da fare, forse doloroso, per noi come per il pubblico. Una strada da cui non si può tornare. Il rapporto sempre nuovo che crei con i tuoi ricordi. Tutti quelli che perdi, fingendo di non sapere. Quelli che ritrovi e da cui non ti vuoi staccare per non rimettere in discussione ciò che credi di essere. Più vai avanti e più i ricordi ti consumano. Sei nei bagni dell'autogrill, una sosta veloce. Sbottoni  i pantaloni e nell'attesa che tutto accada da sé leggi le scritte sui muri, le offerte e le richieste di un pompino a buon mercato. Il dare e l'avere come è giusto che sia. Canticchi "ed è bellissimo perdersi in questo incantesimo" tiri su la zip e sai che bisogna credere alle proprie bugie per dirsi sinceri.

Quindi oggi chi viene a vedere i Linea 77 cosa deve aspettarsi oltre "la botta"?
La possibilità di prendersi delle pause, di concedersi una tregua. Oltre alla portata principale, offrire un antipasto, il contorno, fino alla frutta se non si è ancora sazi.

Molto spesso i testi che trattano temi personali sono scritti in prima persona, come se fossero una faccenda privata. I vostri invece spesso parlano al plurale, come se vi steste rivolgendo ad un gruppo di persone che vi ascolta e condivide le vostre sensazioni. E' davvero così?
Abbiamo paura, come facciamo a non averne? La paura, quella del visibile, è una strategia di sopravvivenza, si risolve con l'attacco o la fuga. Pensa agli animali per esempio. Non garantisce la salvezza, ma nemmeno la nega. 
E nello stesso tempo la musica non esiste senza un noi, senza un'emittente, un ricevente e un mezzo di trasmissione: l'aria. Molte volte si canta solo nella propria testa, altre invece - è il caso dei Linea ad esempio - come una valvola si lascia che il vapore passi attraverso fino a farci fischiare. Forse tra paura e desiderio di appartenere ad un insieme più ampio non esiste questa grande differenza. Non bastiamo a noi stessi, per questo abbiamo bisogno di essere un gruppo. La musica ci ha permesso di trovare un modo per stare insieme,  per definire una realtà che non rappresenta me o un altro, ma una collettività che non si può afferrare nel singolo individuo, che funziona e trova in sé stessa la propria ragion d'essere. Per concludere, quando parlo di paura intendo qualcosa di vitale, qualcosa che prevede il domani, non intendo l'angoscia, quella sensazione paralizzante che partorisce leggi sull'immigrazione e pacchetti sicurezza.

"10" rispetto ad "Horror Vacui" in questo senso è un disco più positivo. "Aspettando meteoriti" per esempio mi ha dato l'impressione di una "Canzone per l'estate" - la canzone di De André - all'incontrario. Se in quella di De André c'era il ritratto di uomo condannato alla sua vita normale, familiare nella vostra oltre la vita normale, oltre la critica c'è voglia di riscatto ed una possibilità di salvezza...
Nessuno di noi vuole morire. L'ha fatto Gesù Cristo e può bastare. Sono d'accordo con quanto dice Woody Allen: "sono contrario alla morte." Per il resto non so bene cosa dire. In verità, finora ho sempre sentito dei commenti che dicevano il contrario, ossia di quanto "10" fosse più "oscuro" rispetto ad "Horror Vacui". Non so se sia vero o no, di sicuro non stiamo parlando di un party a bordo piscina. Per quanto riguarda il riscatto di cui parli: nessuno può dirlo, ognuno può provarci.

Adesso quali sono le cose che ti divertono di più, che ti mettono più in gioco come musicista?
Pensare di rientrare in studio e di prendersi tutto il tempo necessario, fare in modo che una settimana o tre anni significhino la stessa cosa: felicità.

Ma come un altro disco, quando tutti quanti ormai pensano solo ai singoli?
Lasciando da parte i discorsi legati all'evoluzione dei supporti e di quel miraggio chiamato mercato, il disco rappresenta l'elemento attorno al quale noi tutti possiamo concentrarci, la Mecca verso la quale pregare. E se anche fosse un singolo, stiamo parlando di un album composto da una traccia.

Ci vai volentieri ai concerti di altre band, è una cosa che ti piace ancora fare?
Quando posso sì. Soprattutto quando si tratta di band che subito dopo si sciolgono, come gli Out Hud o i Supersystem. Scherzo, sto facendo l'idiota. Spero di andare a vedere presto Totòzingaro, di cui sono estimatore e fan.

Se si scorre la vostra bio si vede che avete fatto il concerti importanti, il primo maggio a Roma, l'Mtv Day e festival come Reading e il South by Southwest. Adesso, se uno dovesse mettere su una cartina tutti questi punti insieme, credo diventi difficile per una band trovare un nuovo obiettivo da raggiungere. Insomma vi sentite di essere un gruppo "arrivato", un punto di riferimento per una scena o semplicemente non ve ne frega un cazzo di questi discorsi?
Tutte cose inimmaginabili all'inizio del nostro percorso. E probabilmente non me ne rendo bene conto neanche adesso. Ci chiamiamo Linea 77 come l'autobus che prendevamo per andare in saletta a provare quando nessuno di noi aveva ancora la patente. Fortunatamente, come quell'autobus, crediamo di arrivare, ci fermiamo al capolinea per qualche minuto e poi riprendiamo la corsa. Sono molte le cose che possiamo migliorare, ma non abbiamo nulla di cui lamentarci.

Hai paura che la gente si aspetti che voi siate sempre quelli di "Moka"?
Può darsi, ma all'immagine di noi stessi come una cartina su cui appuntare gli appuntamenti, i traguardi raggiunti e i luoghi visitati,  preferisco la possibilità di inventare una mappa che ancora non esiste. Altrimenti che ci stiamo a fare qui? Ad obbedire agli ordini?

Conosci Rockit, lo frequenti?
Mi piace sapere che esiste e tanto mi basta. È vero che ormai  sia diventata un punto di riferimento, un terreno di confronto, quasi un'istituzione. Ciò offre la possibilità di svelare i propri limiti e offre l'occasione per superarli o dargli una nuova forma… allo stesso modo in cui ha permesso a molte realtà di emergere, a nuovi ascoltatori di nutrirsi, a nuovi addetti ai lavori di formarsi. Quando andavo ai concerti da ragazzino pensavo che le persone che stavano sul palco sarebbero state prima o poi buttate giù. Adesso che mi ci ritrovo io, che ci ritroviamo noi su quel palco, credo ci sia qualcuno che giustamente immagina altrettanto.

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