WakeUpCall: una resistenza rock "sempre fuori posto"

Quindici anni di chilometri macinati, palchi improbabili e chitarre accese: storia di una band che non ha mai smesso di crederci.

Foto di Fausto Favetta
Foto di Fausto Favetta

Una rock band sempre nel posto sbagliato, al momento sbagliato, con i vestiti fuori moda. È così che i WakeUpCall si raccontano, con un velo di ironia a metà strada tra la battuta e la dichiarazione d’intenti. Una frase in grado di racchiudere l’ostinazione, il disincanto e quella strana forma di coerenza che accompagna questo gruppo da oltre quindici anni. 

"Siamo probabilmente una delle band più longeve e bravissime a passare inosservate, dell’inesistente scena rock romana", dicono, mettendo subito le cose in chiaro. Italiani, nati tra i sampietrini della Capitale, ma con una storia che si è consumata più fuori che dentro i confini nazionali:oltre 400 concerti di cui solo una minima parte giocata in casa

Nel frattempo, la vita scorre parallela alla musica: il frontman Tommaso Forni è infatti un insegnante di canto, Oliviero Forni alterna la chitarra alla composizione di colonne sonore mentre Francesco Tripaldi si divide tra le quattro corde del suo basso e un lavoro alle poste.Routine quotidiane che convivono con il sogno, mai del tutto archiviato, di fare rumore in studio e sul palco.

Le radici della band affondano in una storia familiare prima ancora che musicale: Tommaso e Oliviero sono infatti fratelli, cresciuti tra i vinili di casa. Da una parte Beethoven e Wagner, dall’altra i Beatles e Gianna Nannini, prima dell'arrivo, nelle loro vite, degli 883, dei primi giochi a fare i cantanti, e poco dopo dei Bon Jovi, che spalancano definitivamente la porta sul rock fatto di giacche di pelle e ambizioni spropositate.

"La prima band del liceo faceva schifo", ammettono senza troppi giri di parole, anche se è proprio da quella gavetta adolescenziale che prende forma qualcosa di più serio. Il punto di svolta arriva con una demo spedita quasi per scommessa al produttore americano Beau Hill, che decide di lavorare con loro. Da lì in poi, il sogno di conquistare il mondo - o quantomeno provarci - non li ha più abbandonati: "dopo più di 15 anni - ci dicono i WakeUpCall - siamo ancora qui a modellarlo (e a rinviarlo) un pezzo alla volta".

E il loro sound riflette in maniera diretta questa formazione ibrida e affamata. "Ci siamo ingozzati quasi più con il rock a stelle e strisce che con la carbonara - raccontano - tra Aerosmith, Foo Fighters, Papa Roach e Nickelback". Non mancano però incursioni pop-oriented e derive più metal, capaci di guardare oltreoceano, senza però dimenticare alcune coordinate italiane come Ministri, Linea 77 e Negrita. Il risultato è un intreccio sonoro "musicalmente americano, ma con testi italiani", costruito disco dopo disco, deviazione dopo deviazione. Alla fine, però, tutto si riduce a una sola parola di quattro lettere: rock.

Ed è proprio sul terreno della lingua che arriva una delle svolte più significative del loro percorso recente, con l'arrivo di Doveva essere un disco indie, primo album cantato interamente in italiano, dopo due lavori in inglese. Una scelta quasi controintuitiva, affrontata con più dubbi che certezze. "All'inizio eravamo molto scettici sull'efficacia - ci confessano - poi lavorandoci sopra, con pazienza, ci è piaciuto tantissimo questo nuovo approccio". 

Ma è proprio in questo scarto che i WakeUpCall sembrano trovare la loro dimensione più autentica: imboccare una direzione per poi deviare la traiettoria iniziale verso altri lidi. Tanto che, archiviato il primo esperimento, questi quattro ragazzi romani sono già al lavoro su un nuovo disco, anche questa volta in italiano, attualmente in fase di registrazione.

I WakeUpCall al termine di uno dei loro oltre 400 concerti
I WakeUpCall al termine di uno dei loro oltre 400 concerti

Se c’è però una dimensione in cui questo continuo cambio di paradigma si ricompone è sicuramente quella dal vivo. "Salire sul palco per noi è sempre la cosa più importante”, dicono, senza esitazioni. E qui la retorica si ferma, facendo trasparire una sincerità quasi brutale. "Sfortunatamente sono stati più i bar che i festival davanti a tremila persone".

Sarebbe ipocrita dire che non cambia nulla: sono diversi gli spazi, dove suonare e persino cambiarsi, la logistica e il feeling col pubblico. Eppure, "anche quando saliamo sul palco (che a volte non c'è) dei pub, che ti rode il culo perché ci stanno poche persone, quando partono le chitarre elettriche, ci si stampa un grosso sorriso in faccia e passa tutto".

E allora forse essere "sempre nel posto sbagliato, al momento sbagliato, con i vestiti fuori moda" non è un limite, ma una forma di resistenza. Una scelta, più o meno consapevole, di restare fedeli a un’idea di musica che non aspetta il momento giusto. In questo, i WakeUpCall continuano a muoversi così, un passo di lato rispetto alle traiettorie più prevedibili, portandosi dietro chilometri, errori, palchi improbabili e canzoni che - ascoltate o meno - continuano a esistere. E in fondo, forse, è proprio questo il loro posto giusto. Anche quando sembra quello sbagliato.

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L'articolo WakeUpCall: una resistenza rock "sempre fuori posto" di Luca Barenghi è apparso su Rockit.it il 2026-04-06 15:34:00

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