La temporaneità di tutte le cose: ascolta il nuovo album di Yakamoto Kotzuga e leggi l'intervista Intervista

Tutte le foto sono di Furio Ganz - Tutte le foto sono di Furio Ganz -
23/03/2018 di

Abbiamo conosciuto Yakamoto Kotzuga (moniker del 24enne veneziano Giacomo Mazzucato) per la prima volta nel 2013, con un primo promettente EP ("Rooms Of Emptiness") in uscita per Bad Panda Records. Nel 2015, dopo le collaborazioni con Ghemon e Mecna e un anno di residenza artistica a Fabrica, la granitica ipnosi di "Usually Nowhere" gli vale l'entrata nel roster dell'editore indipendente Sugar e l'apertura ai live di Forest Swords, Lapalux, Tycho e Blonde Redhead. Oggi esce il suo nuovo "Slowly Fading" per La Tempesta International: abbiamo incontrato Giacomo nel suo studio di Venezia insieme all'artista visivo e collaboratore Furio Ganz, per farci raccontare come l'elettronica possa raccontare il senso di temporaneità di tutte le cose.

"Slowly Fading" è un lavoro dedicato al senso di temporaneità e alle sue conseguenze emotive. Non è un tema inedito per te, se penso a "Usually Nowhere" ti ci eri già avvicinato.
Assolutamente. Pensi a “The Awareness of Being Temporary”?  

Pensavo esattamente a quella, anche se riferimenti a riguardo sono presenti anche in altri titoli. Cos’è cambiato in questi tre anni per te al punto da voler dedicare un intero lavoro a questo tema?
È una riflessione che mi è capitato di fare varie volte nei confronti di argomenti diversi. Che fosse una relazione, la vita come vita fisica, il destino. Tutte queste cose reali hanno il problema di finire a un certo punto. Questo aspetto da un lato mi ha sempre fatto star male, nelle relazioni per esempio mi ha sempre fatto prendere un po’ male. Era un concetto su cui stavo già riflettendo. Il disco è nato da una performance audiovisiva realizzata insieme a Furio Ganz e commissionatami dalla Biennale, i cui temi per quell'edizione erano Venezia, l’acqua, il rapporto con questo ecosistema così fragile. Quindi mi sembrava potesse avere a che fare anche con quello. Chiaramente è anche un tema di per sé un po’ banale, più una constatazione che una riflessione. Mi sembrava che un po’ tutte le cose che facevo ad un certo punto tornassero lì.

Com’è stata l’esperienza alla Biennale?
Giacomo: Da veneziani, quello della Biennale è sempre un avvenimento molto sentito, anche se quella di musica lo è di solito in modo un po' meno forte rispetto alle altre. Anche in Conservatorio è visto come un evento importante, sebbene poi la performance non c’entrasse con con l'approccio alla musica che si studia lì. È stato molto figo e anche faticoso. Abbiamo lavorato a piccoli pezzetti in un tempo dilatato, ma alla fine il grosso del lavoro è stato realizzato tutto più o meno in un mese.
Furio Ganz: Sì, il primo mese che siamo entrati qui.
G: Non c’era praticamente nulla, un tavolo e poche altre cose. Ovviamente avevamo entrambi mille paranoie. Io per me non capivo che pubblico potesse esserci, dopo di noi suonavano gli M+A, che sono un progetto un po’ diverso. Non sapevo bene cosa proporre, temevo potesse essere troppo pesante. Alla fine credo sia andato molto bene, che sia stato adatto alla situazione e sia piaciuto. È stata un’esperienza positiva.

Il disco ha undici tracce: le prime cinque fanno parte del lato “Fading”, le restanti di “Faded”. Come mai hai deciso di separarle? Ci hai lavorato in modo diverso?
Come percorso penso di aver avuto due attitudini, verso due estetiche abbastanza diverse fra loro. I primi lavori erano molto tranquilli, onirici, distesi. "Usually Nowhere" è molto più cupo e di pancia. Mi piacciono entrambe le cose e penso faccia anche parte del mio carattere. Non sono partito dal voler creare un disco in due parti, semplicemente mi ero accorto che riuscivo a raggruppare i brani in due filoni diversi a livello stilistico. In più, questo ha funzionato bene a livello di concept, se si può chiamare così. Ci sono vari significati che puoi dare e mi piace anche che rimangano aperti. Infatti mi rendo conto che il comunicato stampa del disco sia un po’ vago.

Vero.
Però è una cosa voluta. Il senso è che ognuno si faccia un po’ i suoi viaggi e la capisca nel modo che preferisce. Per come l’avevamo ideata noi, la prima parte, “Fading”, è il momento in cui prendi consapevolezza della temporaneità, ti rendi conto che le cose finiranno. È la parte più malinconica, triste ma al tempo stesso anche speranzosa. Rappresenta quasi un macrosistema. “Faded” è molto più dark e distopica, quando la fine realmente arriva. Penso ci sia comunque una certa speranza di fondo, se uno ascolta l’ultimo pezzo io credo che di speranza ne lasci. Mi piace vederlo anche come un ciclo: slowly fading, c’è un inizio e c’è una fine, che però è una sorta di ritorno alla situazione iniziale. Come un ciclo vitale intero.

Presentando i tuoi primi due ep ("Rooms of Emptiness" e "Lost Keys & Stolen Kisses") commentavi che la musica era una fuga dalla realtà che ti circondava –da cui anche la maggiore apertura di alcuni brani. Per il più cupo "Usually Nowhere" hai spiegato che avevi deciso di immergerti e affrontare alcune tue sensazioni canalizzandole nel suono. Che evoluzione c’è in "Slowly Fading"?
Penso entrambe le cose. Credo siano emersi i due lati di cui ti parlavo prima, mi vengono fuori così e l’ho accettato. In parte è stato difficile, nel senso che quello che faccio è difficile da contestualizzare. Non ho un genere e un’estetica che mi rappresentino.

Questo può essere anche un bene.
Inizio a pensare che sia una cosa positiva. Poi, chiaramente, quando realizzi qualcosa e non sai come verrà recepito ti fai mille paranoie, del tipo che non ero neanche più sicuro del disco a un certo punto. Soprattutto dopo averlo ascoltato ottomila volte. Anche Furio poverino, da domani non si sentirà più qui (ride). Mi sembrava comunque anche una cosa onesta. Pensando anche al fatto di essere in una città come Venezia, che non è provincia ma in cui al tempo stesso sei isolato e dove non esiste a livello musicale una radice, un ambiente vero e proprio in cui ti puoi confrontare, almeno per come l’ho conosciuta io. Questo mi ha sempre portato ad andare a cercare le cose fuori. E capirle, ma capirle da fuori. Magari prendendone solo degli elementi per unirli con altro. Penso che questo sia anche un po’ il motivo di questa identità, che c’è ma non c’è o c’è sotto varie forme.

Rispetto alla componente di suono che hai menzionato, come hai lavorato ai suoni di questo disco?
Rispetto ai lavori precedenti è passato del tempo, ho imparato anche tecniche nuove a livello di produzione. Penso di essere un po’ cresciuto da quel punto di vista. E, studiando al conservatorio, devo dire che alcune cose le ho capite in modo più ampio. Ci sono molte meno parti suonate, prima magari prendevo di più la chitarra, che qui penso sia presente al massimo in un paio di pezzi senza che si capisca che è una chitarra. A me piace lavorare sulle atmosfere, più che sulla musica, sulle armonie, sulle melodie. La mia ricerca è sul suono. Mi piace molto campionare, ma in modo creativo. Non il campione che tiri giù, lo acceleri o deceleri e via. Parti da una cosa e diventa totalmente altro. Uso varie tecniche per ottenere questo, però le tengo un po’ per me. E in realtà devo dire che vado comunque molto a istinto. È molto più facile fare musica quando hai un’idea in testa, però a volte è anche interessante farsi un po’ guidare dal flusso, senza troppi problemi. Molte cose sono nate così, senza avere bene in mente cosa volessi ottenere. Questo più o meno è il mio modo di lavorare. L’unica cosa che posso dire è che praticamente faccio musica tutto il giorno, se non sono qui sono in conservatorio e comunque faccio musica, se non sto lavorando alle mie cose sto lavorando ad altro legato alla musica. E, tra una cosa e l’altra, tanti errori o scarti pensati per altri lavori possono riemergere e risultare interessanti. Direi che se ti occupa così tanto tempo è più facile che ad un certo punto venga fuori qualcosa (ride).

Parliamo un po’ della parte visuale: in un’intervista per Vogue, dicevi che per te tutti gli artisti oggi possono considerarsi artisti audiovisivi. La tua ricerca estetica è molto curata e il disco stesso nasce nell’ambito di un’opera audiovisiva.
Non sarei forse così estremo, dovrei rileggere il passaggio che dici. Però posso dirti che nel periodo in cui viviamo è difficile pensare a qualcosa di veramente nuovo. Poi c’è gente che ci riesce e sono geni, ma mi sembra che un discorso forse interessante sia l’unione di discipline e mezzi diversi, che cerchi di espandere le direzioni in cui pubblichi qualcosa. Forse era questo il discorso.

Quanto ha influito la tua residenza artistica a Fabrica (centro di ricerca sulla comunicazione del gruppo Benetton a Catena di Villorba –TV, ndr) in questo? È in qualche modo confluita poi nel disco o nell’immaginario che lo accompagna?
Per quanto riguarda strettamente il disco, io e Furio ci conosciamo da tantissimi anni, suonavamo anche insieme in passato (nei We Are Tigers, ndr). Diciamo che, mentre io provavo a giocare con la musica, lui iniziava i primi esperimenti con i video. È un percorso che si è sviluppato insieme e continuiamo a lavorare insieme. Forse è anche e soprattutto per questo che esiste un approccio audiovisivo, sia per i video che durante i live. Fabrica è stata sicuramente un’esperienza importante e che mi ha formato, non avevo mai lavorato prima come sound designer su prodotti commerciali.

Volevo infatti chiederti come abbia inciso, anche a livello di metodo compositivo.
Quello è comunque un mondo in cui non viene fuori molto di tuo, si tratta più di cercare di capire cosa si stia cercando di pubblicizzare, quali siano i gusti del cliente, quale sia l’idea della campagna. È stato interessante perché si tratta di generi musicali a cui di mio non mi sarei mai avvicinato, sia perché non mi piacciono, sia perché non mi era mai venuto in mente. Ti metti in gioco in territori un po’ diversi e ne cogli qualcosa, che poi magari porti anche nel tuo, sia a livello tecnico che di gusto. Poi ho imparato a lavorare con tempi veloci, senza farmi troppi problemi, che in quell’ambito fa bene. E ho creato rapporti che sono durati nel tempo. Con il mio capo dell’epoca e un altro ex collega abbiamo aperto uno studio e stiamo iniziando a lavorare come sound designer e consulenza musicale. È stata sicuramente una bella esperienza, sia dal punto di vista umano che professionale.

Siamo partiti da Mestre, abbiamo menzionato Venezia e siamo arrivati nella provincia di Treviso. A questo punto spostiamoci a Berlino, visto il recente annuncio della tua ammissione alla prossima Red Bull Accademy.
Sì. Non me l’aspettavo sinceramente.

So che è da tempo che provavi a entrare.
Ho inviato l’application per tre o quattro anni. Non so se l’hai mai vista, sono una cinquantina di domande a cui devi rispondere per forza a mano: si parte dalla musica, tipo “I tuoi 10 dischi preferiti di sempre” e già lì devi pensarci più di un attimo, a cose molto più personali, della serie quand’è l’ultima volta che hai pianto. Ci metti del tempo e, dopo diversi tentativi, quest'anno ero anche un po’ scazzato e per questo forse un po’ più sincero. O forse ha partecipato meno gente (ride). Sono stato contento di ricevere la mail, la domanda si invia molti mesi prima, quindi a un certo punto me ne ero anche dimenticato. E ogni volta, quando è il giorno dell’arrivo della mail, ci confrontiamo in un gruppo di amici. Ti arriva sempre questa mail con oggetto “Not this time”: questa volta c’era scritto “See you in Berlin!”. Non può essere (ride). Chiaramente mi fa super piacere, è una bella occasione. Sono anche nervoso, ho partecipato al Bass Camp a Roma che è un’edizione minore rispetto all’Academy, esperienza super figa ma anche faticosa da un lato. Quindi sono contento e grato, mi sento fortunato e spero di riuscire a essere propositivo e di stringere nuovi rapporti.

Qual è il concept che lega i due video usciti finora (“Until We Fade” e “Inner God”), realizzati come sempre da Furio Ganz e Matilde Sambo? In entrambi, oltre a una fotografia molto pulita sembra echeggiare la tecnologia e la sua interazione con l'uomo in paesaggi malinconici e quasi apocalittici.
Furio:
L’abbiamo pensato insieme. Era nato come una storia sola, un unico video. Poi, oltre alle scene che dovevamo girare ne sono venute fuori altre. Avevamo molto materiale e abbiamo deciso di allungarlo ulteriormente e creare due video, divisi tra notte e giorno. Mi piaceva che il ragazzo avesse un drone, che averlo sembrasse una cosa normale, come un accessorio. O una presenza, che però fa parte di lui. Non mi va di dire troppo, però è come se facesse le sue veci, come se provassero gli stessi sentimenti. In questo caso il video è a servizio della musica, praticamente il processo contrario rispetto a ciò di cui parlavamo prima con Fabrica, dove la musica è a servizio del video. Ho pensato che fosse giusto creare un video intorno a dove la musica era fisicamente.
Giacomo: Siamo stati molto influenzati dal luogo in cui ci siamo trovati, che è questo, cioè niente di speciale. È un posto che non ha un’identità vera e propria, ma che comunque nel processo creativo è stato il primo spostamento che abbiamo fatto dal nucleo veneziano. Abbiamo creato dei simboli, delle storie sui luoghi che abbiamo trovato. Per esempio la torre che abbiamo visto anche venendo qui. Poi, qui attaccato allo studio c’è un ristorante cinese, che anche nel nome richiama Yakamoto Kotzuga.

Come avrai notato sul motivo del nome del progetto non ti ho fatto domande, te l’hanno chiesto già tutti e ho pensato non volessi ripeterlo.
Hai fatto bene, lo apprezzo tantissimo.

Scherzi a parte, è chiaro che il collegamento è interessante.  Pensando anche alla performance da cui nasce il disco la ragazza orientale torna in più passaggi, il tema dell’Oriente è comunque presente.
Sì, abbiamo deciso anche un po’ di giocarci, di confondere ancora un po’ le idee. In un modo genuino, come dei bambini che si ritrovano in un posto nuovo, ci siamo quasi inventati delle storie su ciò che vedevamo ogni giorno. Non storie vere e proprie, però significati. In un posto che probabilmente, se vieni qui in ufficio ogni giorno, ti sembra solo un posto un po’ così e basta. Secondo me Furio è molto bravo a anche trovare le location. Abbiamo quasi sempre girato in posti vicini, che fosse qui o al Lido, che però non si capisce mai esattamente dove siano. Un po’ fuori dal mondo.

Rispetto al tema dell’accessorio che è parte integrante della vita quotidiana, quanto pensi abbiano influito i social nella tua percezione della temporaneità delle cose? Tu stesso qualche giorno fa hai caricato sulla tua pagina Instagram 15 secondi di ogni traccia nelle storie, destinate a cancellarsi quindi in automatico dopo 24 ore. 
Direi che non hanno influenzato in modo attivo la creazione di questo disco. Ma è difficile dirlo perché ci viviamo ormai tutto dentro. Però, applicando il discorso della temporaneità delle cose, effettivamente le storie di Instagram erano perfette, è quel concetto messo in piccolo. Secondo me è anche interessante che una cosa abbia una durata precisa, sapere che quei contenuti esisteranno solo per quel ristretto lasso di tempo in un certo senso dà loro importanza. Sei consapevole di che valore abbiano e di come tu lo stia sfruttando. O, almeno, mi piace pensarla così. Mi piacerebbe lavorare ancora su questo. È un po’ strano: da un lato Internet che oggi è un raccoglitore di tutto, dove ogni passo è rintracciabile, dall’altro le storie di Instagram che hanno una durata ben precisa. Per quanto riguarda i social, è difficile. Un po’ li odio, un po’ conto che fanno così parte della società di adesso che sarebbe difficile immaginare un mondo senza. E hanno comunque anche i loro lati positivi, nel senso che ti puoi informare e scoprire cose nuove. Sono comunque una cosa contemporanea e ci teniamo. Anche nella musica ho usato linguaggi contemporanei. Prendilo con le pinze, ma se penso alla trap mi ha comunque un po’ influenzato.

Non mi arrabbio se dici trap.
Però chiaramente se dici trap viene in mente Sfera. Che comunque mi piace, ma si colloca tra tutti questi progetti dove il messaggio viene meno. Se dovessi dargli il peso che do ad altri contenuti, mi cadrebbe tutto.

Senti, cosa stai ascoltando ultimamente?
Furio fa delle playlist pazzesche su Spotify, con delle bombe che però non possiamo svelare (ride). Sempre ritornando al discorso social, devo dire che il modo di fruire della musica con lo streaming ha cambiato molto il mio approccio, è diventato tutto molto più alla portata di chiunque. Che è il lato che non mi piace. È veloce, direi consumistico. Però mi ha fatto anche scoprire un sacco di musica che non so se avrei conosciuto altrimenti. Comunque, fra le ultime cose che ho ascoltato con piacere c’è il disco di Tedua. Mi piace, la questione del messaggio secondo me è molto più elaborata rispetto ad altri. Anche a livello di testi e di flow appunto, di modo di approcciarsi. È quello che ha più personalità. Poi vabbe’, c’è un sacco di roba che mi ha influenzato o in cui mi sono ritrovato anche dopo aver concluso il disco. Amnesia Scanner, anche se secondo me non c’è tanto nel disco. Oneohtrix Point Never mi ha cambiato proprio il modo di pensare, mi piace veramente tantissimo. Anche per le strutture un po’ strane, per i suoni, per l’immaginario, per tutto. Arca anche, che era uscito con il primo disco mentre lavoravo al mio. Considera che questo disco è un po’ vecchio rispetto alle cose che faccio adesso. Ci vuole un po’ di tempo perché un disco esca e poi come ti ho detto sono un perfezionista paranoico. Mi ha veramente steso, mi è piaciuto tantissimo. Poi tanta trap e hip hop a livello di ritmiche, ma anche roba americana super mainstream tipo Lil Uzi Vert. E il minimalismo, Steve Reich che ho studiato anche al conservatorio. Ascolto davvero tante cose diverse senza alcun pregiudizio, senza distinzioni.

Io e te abbiamo la stessa età e mi piacerebbe sapere se tu condivida questa sensazione spesso rivolta al rapporto tra giovani e creatività: da un lato, l’apprezzamento per il desiderio di esprimersi e spesso lo stupore quando un lavoro è particolarmente riuscito; dall’altro, un certo senso di sufficienza e il frequente ricorso all’età per giustificare contenuti venuti meno bene, come se solo la crescita anagrafica potesse portare a una loro evoluzione.
Sicuramente nel caso della musica quella dell’essere giovani è un po’ un’arma a doppio taglio. Mi piace pensare a ogni disco e pezzo come parti di un percorso e chiaramente la vita ti influenza in quello che fai. Magari, rispetto a quando ho iniziato senza sapere nulla di suono, semplicemente registrandomi e unendo diverse cose, l’approccio è cambiato, e tante cose finché non le fai non le puoi imparare. Anche come funziona il mondo musicale in generale. Però è un po’ strano, il tema dell’età, a volte era un “è bravo, ma è anche giovane, quindi è ancora più bravo”, a volte un “è bravo, però è giovane, quindi se sbaglia è perché è giovane”. Se uno ha rispetto di quello che fa, si documenta, studia, si esercita. Quello cambia sicuramente qualcosa. Poi sinceramente le emozioni rimangono più o meno le stesse, non so te ma io non ho notato grosse differenze. A parte forse qualche paranoia in più perché penso che non sono più un ragazzino.  

Che progetti hai per il futuro?
Sto lavorando alla mia prima colonna sonora di un film. Non so quanto possa dirti a riguardo, però è una cosa che mi sembra bella e ne sono molto contento. Mi piacerebbe mettermi alla prova anche in quell’ambito, ho già fatto musica per spot e documentari, ma la dimensione dei film è un’altra cosa. Mi piacerebbe iniziare a produrre di più, magari fare il lavoro vero del produttore. Al di là del rap, mi piacerebbe fare anche un po’ di trap (ride). Per esempio ho lavorato con Erio che esce sempre per la Tempesta, abbiamo prodotto insieme un paio di suoi pezzi suoi di cui sono molto contento. Lui secondo me è veramente bravo, uno dei più interessanti in Italia sia come cantante che per come produce. E poi c’è la Red Bull Academy, mi piacerebbe arrivare lì con qualcosa di nuovo. Spero di fare in tempo.

Tag: intervista

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