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Descrizione a cura della band

Enrico Ruggeri lo ha scoperto e voluto sul palco del MEI di Faenza per festeggiare i propri trent’anni di carriera. Beatrice Antolini, appena ha ascoltato il suo progetto, ha deciso di unirsi a Daniele Calandra di SRI Productions per la sua prima assoluta produzione esecutiva.
Si chiama Johann Sebastian Punk: ha poco più di vent’anni, cova piani catastrofici, ha dichiarato guerra alla spontaneità, è un eroe decadente intenzionato a riportare un’immagine dionisiaca di bellezza laddove questa è stata sostituita da un grigio e sordido provincialismo.

"MORE LOVELY AND MORE TEMPERATE" (SRI Productions / Irma Records / Audioglobe / Digitalea)

Shall I compare thee to a summer’s day? Thou art more lovely and more temperate.
William Shakespeare. Sonetto 18. Probabilmente il più noto componimento poetico sul potere corruttivo del tempo e sulla capacità dell’arte di conferire immortalità alla bellezza. Johann Sebastian Punk, che del bardo di Avon è concittadino, alla morte della bellezza officiata dall’arte contemporanea assiste con cipiglio sardonico. “More Lovely and More Temperate” costituisce un’enorme presa in giro all’arte, e a ciò che è diventata. Al suo interno convivono glam-rock e shoegaze, bossa nova e AOR, baroque pop e surf-punk, clavicembali e sintetizzatori, ritornelli orecchiabili e tempeste rumoristiche che indurrebbero persino un sordo ad invocare pietà. Johann Sebastian Punk è l’interprete della fine della musica, della morte dei generi musicali, è un saltimbanco, un burattino e un eroe decadente intenzionato a riportare un’immagine universale di bellezza laddove questa è stata sostituita da un grigio e sordido provincialismo. “More Lovely and More Temperate” è un disco in cui si celebra l’artificio e si condanna la sincerità espressiva. E’ un disco fieramente arrogante e incoerente e per questo motivo risulta puro, profondo, futurista poiché tale albagioso motteggiamento dell’arte musicale avviene attraverso la narrazione delle fragilità e delle pulsioni più tipicamente umane: è un disco che parla di amore, di morte, di pazzi, di suicidi, di ricerca della felicità, di rifiuto. E lo fa sempre con un piglio amaramente autoironico.

“Ho deciso di partecipare alla realizzazione esecutiva del disco di Johann Sebastian Punk perché ho trovato interessanti gli arrangiamenti che Massimiliano ha composto e suonato quasi interamente da solo. Questo mi ha riportato un po’ alla mia metodologia di lavoro solistica. Ho apprezzato la fantasia nella melodia libera e senza schemi e l’estro e la personalità fuori dal tempo che possiede Johann Sebastian Punk. Ho sempre pensato che per essere un buon musicista ci voglia molta personalità che, ne sono certa, vi dimostrerà nei live.”
- Beatrice Antolini su Johann Sebastian Punk -


Chi è Johann Sebastian Punk?

JSP cova piani catastrofici. Ha dichiarato guerra alla spontaneità. E’ un degenerato, un falsario, un sofisticatore, un anti-cantautore. Ha celebrato la morte dei generi musicali. Alberga nella sua mente perversa la convinzione di divenire presto l’idolo dei vostri figli. Venuto alla luce nel 1989 nella città che diede i natali a William Shakespeare, cresciuto probabilmente sull’Isola di Man, pare si sia stabilito – dopo picaresco e spericolato peregrinare – all’ombra delle due torri di Bologna. Lo chiamano Johann Sebastian Punk, ma non è chiaro se questo sia il suo nome o quello dell’equivoca ghenga di ceffi – che rispondono ai nomi di Johnny Scotch, Albrecht Kaufmann e Pino Potenziometri – con la quale suole accompagnarsi. In terra emiliana ha trovato tedio, bruma, mediocrità. A questa estetica generalizzata contrappone sfarzo, artificio, spirito dionisiaco.
Johann Sebastian Punk parla e canta in inglese. E’ un inglese artefatto, goffo, parodistico, volutamente caricaturale, sgrammaticato, incomprensibile, lingua franca e universale di un mondo che sembra quasi chiederle in ginocchio di essere imprecisa, impura, distante da quella perfezione che lo Shakespeare che lo ispira fu capace di conferirle. E il mondo a cui Johann Sebastian Punk si rivolge è quello della musica, mondo che osserva beffardo e nostalgico roteare a vuoto. Trae il proprio nome dal compositore che la musica l’ha portata all’apice della complessità e dalla tendenza musicale che l’ha invece scarnificata con più ferocia. Da un lato il nome di chi guardava con aria derisoria le canzonette (così come Bach definiva l’opera) consapevole di stare attuando una rivoluzione e dall’altro il nome di chi alle canzonette è condannato perché il disastro nucleare è come se fosse già avvenuto e come se nessuna rivoluzione potesse avere più senso.

Credits

Massimiliano Raffa (chitarra, voce, synth, percussioni, flauto, violino, clarinetto, zither, kantele, contrabbasso, mellotron, live electronics)
Pino Potenziometri (basso)
Johnny Scotch (tastiere)
Albrecht Kaufmann (batteria)

Ospiti: Valerio Canè (Mariposa), Ulisse Mazzagatti (Addamanera), Daniele Calandra (Addamanera).

Registrato e arrangiato da Massimiliano Raffa. Missato e masterizzato da Enzo Cimino presso il Windo Studios di Chiesuola di Russi (RA).

Commenti

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