Chitarra, zaino e Google Maps: come fare un tour in Europa senza agenzia di booking secondo An Early Bird

08/04/2019 11:05 di

Qualche giorno fa abbiamo parlato di quelle band italiane in lingua inglese che spesso mietono successi all'estero e di cui in pochi parlano, in un periodo in cui la musica italiana che viene dal basso fa sold out e suona nei palazzetti. Molti ci hanno contattato per raccontarci la loro storia e una tra le più interessanti viene da Stefano De Stefano, ex Pipers che oggi si esibisce in solitaria col nome di An Early Bird. Il suo disco d'esordio, Of Ghosts & Marvels si rifà alla tradizione del nuovo cantautorato indie folk all'americana, tra Radical Face, i Bright Eyes acustici e Billy Corgan solista. Classe, misura e una perizia rara nello scrivere canzoni che potrebbero diventare sigle finali di serie tv USA, quelle in cui la tensione si scioglie e noi iniziamo a singhiozzare sul divano, per intendersi.

La sua musica mi piace un sacco e iniziamo a parlare, ben presto scopro che ha appena finito un tour di 45 date in Italia e tutta Europa. Wow, 45 date sono tante, specie se non hai una booking e fai tutto tu, da indipendente vero. Inizio ad intervistarlo senza neanche definire perché o per come, affascinato dalla sua storia.

 

Come hai trovato così tanti luoghi in cui suonare?
Mi sono messo con dedizione, studio e pazienza. Ho vissuto questo tour 2 volte. La prima volta da una postazione con il PC e Gmail, contattando promoter e locali per fissare le date. E una seconda volta andandoci poi concretamente a suonare. Sono stanco, felice e già in astinenza. 

Tutto senza booking. Ti senti di dare qualche consiglio a chi, come te, vorrebbe suonare più spesso in giro ma non trova date?
In realtà non ho scelto io questa cosa, anzi, speravo di trovare un agente che lo facesse per me ma così non è stato e piuttosto che starmene fermo con un disco tra le mani, mi sono messo in gioco. Ho iniziato a fare una ricerca di città in cui la mia musica potesse funzionare, guardando i tour di altri. Così ho individuato una serie di posti che potessero andare bene per me e ho iniziato a mandare delle proposte con una mail di presentazione: partivo avvantaggiato perché il mio percorso con i Pipers era un buon pregresso. Fissata una data ho iniziato a strutturare un percorso da Milano e mi sono concentrato su città che potessero funzionare come viaggio. E così, ricerca anche in quelle città, studio dei calendari di programmazione e via discorrendo. Di nuovo email in cui avevo anche una data precisa da richiedere stavolta, avendo fissato una data prima o dopo. E man mano i vari giri hanno preso forma. Da un punto di vista di cachet sono passato dai fissi alle percentuali fino agli show a cappello (che in Germania funzionano molto bene). È stato estenuante ma ci ho guadagnato da ogni punto di vista. Sogno ancora di avere un’agenzia però.

Più facile in tour con la band o da solo?
La band ti dà e ti toglie: ti dà una dimensione familiare, come un guscio che in qualche modo ti espone di meno. E sul palco hai modo di essere più vicino possibile alle sonorità che hai su disco, oltre che impostare un live più dinamico. Da solo sul palco la dinamica viene costruita in un altro modo: attraverso le canzoni e gli strumenti a disposizione ovviamente, ma anche e soprattutto attraverso il modo con cui ti relazioni sul pubblico. Se suoni 70 o 90 minuti devi aspettarti che l’attenzione possa calare se suoni solo canzoni e così ho sviluppato una buona dose di storytelling che non fa che rafforzare anche le canzoni stesse. Mi sento più completo ora, paradossalmente.

 

Come folk singer moderno, viaggi alla vecchia in treno con valigia e chitarra? 
Ho usato treni, voli, qualche Bla Bla Car, bus e ogni tanto mi sono divertito anche a coprire delle brevi distanze a piedi, quando il tempo e il paesaggio me lo suggeriva. I vantaggi di essere da solo: per questo tour mi è bastata una chitarra, uno zaino e Google Maps.

24.761 km percorsi. Chapeau. L’esperienza più bella e quella più brutta che hai vissuto in giro?
La peggiore è stata a Lione, città incantevole: il concerto è stato promosso molto male ed è venuta pochissima gente. Un peccato perché il posto dove mi sono esibito era perfetto e c’era anche un pianoforte. La più bella probabilmente è stata a Berlino, dove ho suonato un centinaio di minuti e la gente ha acquistato un buon numero di dischi, partecipando, cantando ed entrando realmente con il cuore nelle mie storie. C’è anche chi ha rubato la locandina appesa sulla porta del bagno (mi ha chiesto il permesso però e poi se l’è fatta autografare, una follia totale).

Le date italiane in cosa differiscono da quelle nel resto d’Europa?
Da un punto di vista economico sono più garantite, o almeno così è stato per me, anche se sono stato fortunato perché da questo punto di vista all’estero mi è andata bene. Ovviamente nelle date italiane esisteva già un minimo pubblico che mi conosceva in qualche modo. Spotify, interviste o il mio passato nei Pipers. Ma questo non significa che sia stato facile, anzi: un paio, per fortuna poche, sono state difficili da gestire.

In Italia è difficilissimo sfondare in lingua inglese e questo lo sappiamo da sempre. C'è qualche problema nella proposta o nella ricezione degli addetti ai lavori?
L’attuale scena Itpop è tutta giocata sui quei 2 o 3 progetti che hanno spaccato qualche anno fa: credo sia quella una scena maggiormente stagnante in realtà. Il problema piuttosto credo sia nel trend attuale che inevitabilmente è concentrato sulla parte italiana, di conseguenza un progetto in inglese ha poco mercato in Italia anche da un punto di vista di addetti ai lavori. Fortunatamente non sempre va così: un artista come The Leading Guy andrà in tour ad aprire i concerti di Elisa (bellissima opportunità tra l’altro). A questo aggiungi che ci sono una serie di piccole agenzie di booking in Italia che per politica preferiscono lavorare con gli stranieri perché secondo loro funzionano di più, anche se poi in realtà questi piccoli progetti stranieri di valore, un pubblico qui non ce l’hanno. La questione è super complessa e riguarda il fascino dell’esotico, la diffidenza verso un progetto che viene dall’Italia ma scritto in una lingua diversa e anche un problema di fondo: siamo uno dei paesi europei con il livello più basso di conoscenza/comprensione/utilizzo dell’inglese. Per fortuna esiste una realtà come Italia Music Export che si sta muovendo molto per portare i progetti nati in Italia ma in lingua inglese a un livello successivo.

Come si riesce a far appassionare il pubblico a progetti diversi dal pop italiano?
Penso che la musica sia musica ed esiste quella buona e quella meno buona. Non dovrebbe importare da dove vieni e con che lingua canti: se tutto è esteticamente e linguisticamente corretto allora non dovrebbe esserci barriera che tenga. Il pubblico si appassiona se si sente coinvolto, se chi è sul palco riesce a stabilire un legame, a tirarsi dentro il suo mondo la platea e farla uscire dal concerto con quella sensazione di aver conosciuto uno spicchio di mondo diverso, un’anima e una visione delle cose diversa. Il possibile divario della lingua può essere colmato con l’empatia e un pizzico di racconto per fare entrare tutti nel flusso di quello che sta succedendo sul palco. A meno che non ti trovi davanti il cantautore più famoso del mondo, per uno che deve portarsi a casa il pubblico ogni volta questo può essere un modo vincente. Per me finora è stato così.

Qualche progetto che ti senti di consigliare?
Ti parlo di progetti italiani concepiti in inglese, che è un po’ il mio benchmark qui in Italia. Old Fashioned Lover BoyThe Leading Guy e poi mi piace molto Ginevra, appena uscita con un EP. E poi ci sono degli amici di Napoli totalmente fuori da ogni giro ma che hanno fatto un ottimo concept album di dream pop: Starframes.

 

 

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