FunGhetto: la libertà di non dover (per forza) piacere

Antonello Aversa costruisce un progetto che intreccia alternative rock, cinema e intelligenza artificiale senza rinunciare a un principio semplice: lasciare che sia la musica a seguire le idee, mai il contrario.

A volte basta una semplice preposizione per cambiare completamente il senso di un percorso artistico. Lo sa bene Antonello Aversa, in arte FunGhetto, che sin dai primi vagiti del suo progetto ha fatto una scelta precisa: "vivere con la musica, e non di musica". Una differenza apparentemente minima, ma che per lui rappresenta il presupposto di tutta la sua produzione.

Alle spalle c’è un’attività imprenditoriale di famiglia che gli garantisce quell’indipendenza necessaria a non inseguire classifiche, algoritmi o compromessi. "Quante volte ho visto morire l’arte per 50 euro", ci dice con non poca amarezza, aggiungendo come, almeno per lui, la musica continui a rimanere "un luogo in cui essere completamente libero".

Un'autonomia che si riflette anche nell’identità di FunGhetto, progetto nato all’ombra di quel Vesuvio "che io vedo tutte le sere, con il sole che ci cade dietro" e costruito nel tempo insieme a collaboratori che hanno lasciato un segno preciso: dalla prima voce di Nuccia Paolillo al produttore e amico Frank Annunziata, fino a Francesca, compagna di vita e supervisore dell’immaginario visivo del progetto, tra fotografia, costumi e make-up.

In questo mosaico di persone, c'è però una tessera che negli ultimi tempi spicca più delle altre: quella con su scritto il nome di Ashley Johnson, cantante e polistrumentista di Detroit, che presta (letteralmente) la propria voce a quello che forse è l'aspetto più discusso del progetto: l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Un tema che Aversa affronta senza giri di parole. "L'AI non crea mai la mia musica", ci racconta, spiegandoci come le sue canzoni nascano sempre nel modo più tradizionale possibile: chitarra, testo, melodia, arrangiamenti e registrazioni con musicisti reali. Solo in un secondo momento interviene l’Intelligenza Artificiale,utilizzata esclusivamente per riprodurre il timbro vocale di Ashley attraverso un modello costruito sulla sua voce.

Antonello Aversa, in arte FunGhetto
Antonello Aversa, in arte FunGhetto

Una filosofia per la quale "le idee, la musica e le emozioni continuano a nascere dalle persone", capace di attraversare anche la concezione di ogni singola canzone, che per Aversa non finisce quando termina la sua registrazione. "Per me il videoclip non è un semplice mezzo promozionale  di una traccia - sottolinea - ma una sua parte integrante". Ogni uscita è pensata come un piccolo film, in cui immagini e musica diventano un unico linguaggio. È il caso di A Silent Caress, ispirato a L’Idiota di Dostoevskij: un racconto che, senza gli strumenti offerti dall’AI, avrebbe richiesto una produzione cinematografica irrealizzabile per un progetto indipendente. "La vera rivoluzione dell’AI non è sostituire l’artista, ma offrirgli strumenti che fino a pochi anni fa erano accessibili solo alle grandi produzioni".

Definire FunGhetto entro i confini di un genere, allora, diventa quasi secondario. Certo, nelle sue canzoni convivono alternative rock, post-punk, new wave e suggestioni cinematografiche, ma il punto di partenza è sempre un altro: raccontare qualcosa che senta davvero suo. "Non ho mai suonato ciò che ascoltavo", racconta. Pur riconoscendo l’influenza inevitabile di una vita passata ad assorbire musica, Aversa dice di non essersi mai seduto a scrivere cercando di assomigliare ai propri riferimenti. "Ho sempre cercato di capire cosa avessi io da raccontare, non cosa avessero già raccontato gli altri".

Una ricerca che trova piena espressione nell’ultimo singolo, Lipstick, forse uno il lavoro più duro e diretto tra quelli proposti finora dal progetto. Il brano nasce da una domanda tanto semplice quanto scomoda: "quanto delle nostre relazioni nasce davvero dall’amore e quanto, invece, dal bisogno di soddisfare aspettative sociali, economiche o culturali?". Da questa riflessione prende forma una storia che parla di possesso, manipolazione e violenza, senza limitarsi al suo epilogo più estremo

Un verso in particolare - "Non è sangue / È il mio rossetto / E non sei mai riuscito a farlo venire via" - diventa il cuore simbolico del brano, in cui "il 'mai' non si riferisce all’ultimo istante - spiega Aversa - ma a un’intera vita". È il gesto definitivo con cui la protagonista sottrae al suo carnefice l’ultima possibilità di vittoria: può toglierle la vita, ma non la dignità.

Nonostante il futuro sembri sempre più internazionale – le proposte live più concrete arrivano da Berlino e Detroit, con altri contatti sparsi tra Francia ed Europa dell’Est – FunGhetto preferisce non accelerare i tempi. Prima che il progetto salga stabilmente su un palco, vuole lasciargli ancora il tempo di crescere.

Del resto, la prima, vera esibizione gli ha già insegnato parecchio: dopo appena tre canzoni eseguite durante un matrimonio, il padre della sposa si avvicinò, togliendogli praticamente gli strumenti dalle mani. "Ci disse - ricorda Aversa, sorridendo - 'Mangiate tutto quello che volete, bevete quello che vi pare, ma per cortesia… Smettete di suonare!'. Credo sia stato il mio primo vero bagno di umiltà musicale". Da allora di strada ne è passata parecchia, ma il principio è rimasto identico: fare musica senza inseguire il consenso, continuando semplicemente a raccontare storie nel modo che sente più autentico.

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L'articolo FunGhetto: la libertà di non dover (per forza) piacere di Luca Barenghi è apparso su Rockit.it il 2026-07-07 11:11:00

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