La regola del tormentone non sbaglia mai

05/07/2017 11:20 di

Il casus belli è “Riccione”, l'estivissimo e ruffianissimo nuovo singolo dei Thegiornalisti. Un brano instant-tormentone che è riuscito nell'impresa di di mettere praticamente tutti d'accordo, compresi molti fan, nell'esprimere sentimenti che vanno dall'indignazione, al fastidio, all'odio, addirittura. Ma se il problema è solo il suo essere una canzoncina da mare, come mai “Promiscuità” non aveva suscitato così tanto astio?
Proviamo a rispondere andando alle origini della questione.

Tormentoni. Sembra un tema futile e stagionale. E certamente lo è. Ma forse nemmeno così tanto, visto che c'è addirittura gente che all'argomento ha dedicato interi libri. E anche di un certo spessore intellettuale: nel saggio “Tormentoni!” infatti, pubblicato una decina di anni fa, Peter Szendy analizzava filosoficamente il fenomeno dei “tarli nell'orecchio”. Partendo da esempi come “Parole, parole, parole”, “Imagine”, “Satisfaction”, passando per cinema e letteratura, conclude che il tormentone è un “accesso a sé, al sé più singolare e più nascosto, che passa dal qualunque assoluto. Esso si apre – se si apre – nell'esperienza della banalità, del cliché”, e che “il tormentone, cantando la sua propria sopravvivenza, si costituisce in quanto struttura di autocommemorazione. Non è in fondo nient'altro che la fama stessa, la rinomanza che nomina se stessa, la sopravvivenza che sopravvive. Ed ecco perché, illudendo o scambiando una cosa con l'altra, esso si fa carico dell'affetto di ogni istante unico per ripeterlo all'infinito, per ritirarlo nella chiusura di un segreto che ne differisce la circolazione in attesa del suo eterno ritorno. Il tormentone capitalizza il tempo vissuto, qualunque esso sia, sottraendolo al mercato degli scambi per meglio reinvestirlo sul mercato. E quando ritorna quel momento singolare che il tormentone commemora, nella sua indifferente fedeltà a tutto e a niente, questo momento ritorna accresciuto degli interessi nostalgici di un io c'ero […] queste invenzioni capitali del capitalismo avanzato, non cessano di monetare o coniare l'unico nel cliché. E viceversa”.

(Foto via)

In parole poverissime, il tormentone fa leva sulla banalità in cui tutti si riconoscono, sulla ripetizione che crea una nostalgia automatica e obbligata, e sono fatti per la fama e i soldi.
E ci voleva un filosofo per dirlo? Magari no, però tutto questo ci può aiutare a rispondere alla nostra domanda, cioè se esistono tormentoni buoni e cattivi e, se sì, cosa distingue un tipo dall'altro.
Intanto, la visione di Szendy ci dice che non è il caso di arrabbiarsi con le canzoni-tarlo, che altro non sono che lo specchio della nostra – di tutti - “banalità” di esseri umani, e accettarli come tali.
Potremmo, questo sì, avere l'impressione a questo punto che, visti gli esempi di brani al pari di “Imagine”, che non ci siano più i tormentoni di una volta, signora mia. Però se usciamo dal libro ci renderemo facilmente conto che non è proprio così: stringiamo il campo sui tormentoni estivi, per cominciare, e vedremo che la “sfida” di cui parliamo non si gioca nella serie dei Beatles e di Mina, bensì in quelle di Edoardo Vianello, Gruppo Italiano e compagnia tormentando.
La domanda, insomma, è più specifica: non è “Imagine” meglio di “Abbronzatissima”? - ci mancherebbe – ma “Abbronzatissima” è meglio di “Pinne, fucile ed occhiali”?
Date le premesse da cui siamo partiti, potrebbe venire d'istinto rispondere che no, non si possono fare distinguo qualitativi, che il tormentone è tormentone, nasce per tormentare l'orecchio e tirare fuori la banalità e amen, Beatles o Gigi D'Alessio che sia.
Magari da un punto di vista filosofico questo può essere vero, così come è vero che i soldi non fanno schifo a nessuno, però se dalla teoretica passiamo all'estetica, le cose cambiano, e non si può negare che sì, alcuni tormentoni siano più belli, o quantomeno meno fastidiosi, di altri.

Per capire cosa li rende tali, torniamo al punto di partenza: “Promiscuità” e “Riccione” - precisazione: torniamo a loro non per cavalcare l'onda degli anti-Thegiornalisti, ma solo per l'attualità. Potremmo cambiare i titoli, ad esempio, in “Vamos a la playa” e “L'estate sta finendo” -, perché la prima è meglio della seconda? Entrambe rispondono in pieno alle regole del tormentone, sia melodicamente che liricamente. Entrambe giocano con la banalità, i cliché e l'effetto nostalgia. Quello però da cui un orecchio appena più educato ad ascoltare qualcosa di più di "Despacito" si sente offeso è probabilmente la mancanza di ciò che potremmo con licenza chiamare sospensione dell'incredulità: nel senso che, mentre in “Promiscuità” l'intenzione di creare il tormentone a tavolino, se c'è, è ammantata da un velo di quella che appare come sincera nostalgia di certe atmosfere, ascoltando “Riccione” non si può fare a meno di pensare a Tommaso Paradiso che si sforza di ricreare la catchyness di “tette sudate e mani sul culo”. E ce la fa, infatti il tormentone è servito. Solo che quando ti si infila in testa non è così piacevole.


La stessa cosa che succedeva anche in passato con altri tormentoni, ripetiamolo, questa non è un'invettiva contro “Riccione”: per tornare all'esempio fatto più su, “L'estate sta finendo” è un pezzo spudoratamente frivolo e stagionale, però quel velo di malinconia, la melodia, l'interpretazione, ci fanno banalmente (e neanche così tanto) identificare nelle sensazioni descritte; “Vamos a la playa” non dice altro che “sono un tarlo nell'orecchio”, e non c'è retromania che tenga, non si può rivalutare e parliamoci chiaro, c'è qualcuno che sceglie deliberatamente di ascoltarla come una canzone “vera”?
C'è tormentone e tormentone, dunque, ma anche una volta che (forse) ci siamo fatti un'idea di come distinguerli, resta la sostanza dell'"io c'ero" szendyano: odiamolo pure oggi, ma fra dieci anni un giorno sentiremo per caso “sotto il cielo di Berlino mangio il panino”, penseremo ai selfie del 2017 e la canteremo, vergognandoci ma lo faremo. È la legge del tormentone, bello o brutto che sia, è il nostro lato più banale, lasciamolo fare. È un tarlo, ma in fondo è innocuo.

 

Tag: opinioni

Commenti (1)

  • giulio olivieri 05/07/2017 ore 20:23 @generic

    analisi interessante, peccato che nel finale ci sia uno scivolone.
    "“Vamos a la playa” non dice altro che “sono un tarlo nell'orecchio”, e non c'è retromania che tenga, non si può rivalutare e parliamoci chiaro, c'è qualcuno che sceglie deliberatamente di ascoltarla come una canzone “vera”? ".: uhhmmm...no.
    fose è una questione di età, ma all'epoca -persino per un bambino quale ero- non era difficile accorgersi di certi riferimenti alla bomba atomica e all'inverno (anzi, estate, in questo caso) nucleare: " El viento radioactivo. Despeina los cabellos".
    non era strano all'epoca, erano gli anni di film tipo "the day after", delle proteste contro le basi di comiso (se avevi dei genitori impegnati in politica sapevi cos'erano), degli adesivi "nucleare? no grazie" col sole che ride sulle macchine e e le moto degli amici più grandi, e un altro tormentone estivo, "tropicana" del gruppo italiano, nascondeva un riferimento all'argomento ("un abbronzatura atomica"): insomma, la canzone era certamente costruita per vendere tantissime copie (e funzionò benissimo), ma c'era anche un certo sarcasmo di fondo, che peraltro tornava spesso nei loro pezzi.
    e fidati: non è retromania o "si stava meglio quando si stava peggio", è che i due righeira sapevano giocare benissimo con le canzoni. (e comunque si beccarono i loro insulti: la scritta "ex punk ora venduto" divenne il titolo dell'antologia dei primi lavori di johnson righeira, ma credo che all'epoca non fosse un complimento ironico...evidentemente quel "fastidio" di cui avete scritto non è nato coi social network)

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