26/10/2009

C'è un uomo con la sigaretta in bocca che si toglie il cuore dal petto, lo appoggia sul bancone del farmacista e chiede: me lo può cambiare? Il disco inizia con un encefalogramma piatto, Lei non torna e Lui si preoccupa come se fosse sua figlia. E' agitato, è quasi tentato a dar credito alle solite paure dei Tg di seconda serata. Gli archi si muovono taglienti, aumentano il clima ansiogeno. Uno dei punti più alti dell'album posto immediatamente come prima traccia. Poi arriva "Due", una sfuriata alla Scratch Acid, e il disco parte davvero, con tutta la carica possibile. I protagonisti sono di nuovo due e questa volta è Lei ad essere sola, ma il finale è insolito: Gesù, Giuseppe e Maria abbiate pietà dell'anima mia, e sembrano che siano gli Oxbow a gridarlo.

Il nuovo de Il Teatro Degli Orrori è un lavoro denso, aggressivo e potente ma ricco di strumenti e sfumature che conferiscono un suono rotondo ai pezzi, meno grezzi e immediati rispetto a quelli di "Dell'impero delle tenebre". Qualcuno potrebbe azzardare a dire che è più pop, a me viene in mente che quando ho comprato "Terraform" arrivato a "Copper", l'ultima del lato B, mi sono detto: gli Shellac hanno fatto un pezzo pop; ma ovviamente a mia madre gli Shellac continuano a non piacere. Certo è molto più complesso del precedente, negli arrangiamenti e sopratutto nei testi. Quello che si nota fin da subito è la presenza di tre personaggi: Lui, Lei, Dio. I tre si rincorrono brano dopo brano, il loro colori si sommano ottenendo il nero che più nero non si può. Capovilla ci racconta un paese brutto: quando dice "Figlio mio, ci pensi un giorno, tutto questo sarà tuo" suona più come una cattiveria che un vero atto di fiducia. Ma non si ferma lì. Affronta il tema del Terzo Mondo finisce a parlare di fame d'amore. Recita il Padre nostro per invocare la fine delle guerre ma anche della malinconia. "La vita è breve" potrebbe sembrare un inno alla vita e all'amore mentre si rivela la confessione di un omicidio. Sempre con una poesia che lascia senza fiato. Sempre evitando la frase ad effetto fine a se stessa. Sono istantanee con l'autoscatto, non inquadrabili in una canzonetta di protesta o in uno sfogo sentimentale. E non puzzano mai di intellettualismo. "Direzioni Diverse" - la migliore in assoluto, remixata da Bob Rifo dei Bloody Beetroots - è di una semplicità disarmante. "Alt" sono calci in faccia senza diritto di replica.

"A sangue freddo" è un disco che, fondamentalmente, parla di Amore e di Solitudine – aver coverizzato Carmelo Bene nel suo riadattamento di "All'amato me stesso" di Majakovskij mi sembra significativo in tal senso – ma mira anche a qualcosa di più. I soffitti viola e gli alberi infiniti. Le pagine chiare e le pagine scure. La strada lunga e diritta che fa schiantare le persone. Sai, mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare. Gli immaginari inossidabili, intendo. La grande Canzone Italiana. Le citazioni di De Gregori in "A Sangue Freddo" o di Celentano in "Alt", tradiscono il desiderio di entrare a far parte della cerchia di quelli che hanno davvero lasciato un segno nella nostra memoria collettiva. E se lo meritano davvero di entrarci. Anche se non parlano di Berlusconi, dei cinesi, della crisi, di Mastella, dei miei problemi con quella puttana stronza della padrona di casa o di Lei che ogni mattina con lo sguardo mi dice che sono uno stupido e che non mi ama più. Queste canzoni diventano tue, anche se raccontano di poeti nigeriani o di incidenti sulla statale, anche se non hai quarantanni, la pelle rovinata dalle storie andate a male e dal troppo bere e il cuore da ritirare al banco dei pegni. E' un album importante, di quelli che ti entrano sottopelle e che ricordi per anni, forse per sempre. Uno dei migliori gruppi del nostro – triste, sconsolato, orribile – Paese.

Commenti (101)

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  • forisma 20/04/2010 ore 18:31 @forisma

    finalmente una recensione come si deve; senza dettagli inutili sulla vita di chi la scrive.
    ps l'album è fantastico non capisco come si fa a definirlo noioso.

  • Dama Rama 21/04/2010 ore 09:45 @damarama

    infatti...è un album incredibile![:

  • Lambo Lambolambo 05/11/2010 ore 19:16 @lambo

    GRANDISSIMI! E IL LORO CONCERTI SONO F-A-N-T-A-S-T-I-C-I!!

  • Marco Biasio 06/06/2011 ore 18:31 @bisius

    E' pressochè normale che A Sangue Freddo abbia scatenato reazioni così contrastanti in coloro che hanno amato alla follia Dell'Impero Delle Tenebre. Quello che non mi aspettavo, tuttavia, è l'inconsistenza di certe critiche: suono più derivativo? canzoni più morbide? follia tenuta a bada? Se bisogna fare le pulci, tra i due il disco meno personale è certamente l'Impero, perchè comunque strettamente legato ad una dimensione noise-core americana ben radicata nel tempo e nello spazio 8che poi questo abbia fruttato risultati comunque eccezionali, è un capitolo a parte). A Sangue Freddo allarga a dismisura il ventaglio di influenze, aggiunge elettronica, accentua il lato balladistico, si concede meno sul versante letterario/citazionistico - qualche testo autografo è ancora un po' barcollante, ma ci può stare - e soprattutto indovina una sequenza di canzoni da paura. E' un disco che va ascoltato a fondo, penetrando in ogni suo dettaglio: dal segnale di encefalogramma piatto di "Io Ti Aspetto" allo schianto sul guardrail con dissolvenza finale di "Die Zeit", dalle sventagliate imprendibili di "Majakovskij" ai siluri de "Il Terzo Mondo", dalla preghiera laica del Padre Nostro al riff accartocciato di "Due" alla profondità pulsionale di "Direzioni Diverse". Si sono rinnovati, rimanendo nel contempo loro stessi, e migliorando moltissimo la resa dal vivo. Non so, onestamente, cosa si potesse chiedere di più e di meglio. Grandissimo disco. :)

  • Andrea Gambardella 11/07/2011 ore 12:14 @plaunac

    bene, diffondila anche tu allora. si scrive "chi".

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