23/04/2010

"The Halfduck Mystery" è un oggetto non identificato. Ma perchè avventurarsi dunque? Semplice: perché quando lo si è fatti girare per più di 20 minuti nel lettore, arriva una versione meravigliosamente a fuoco di una sinfonia acida per spettri e ombre antropiche. Una palude di fantasmi che si muovono lungo minuti schizoidi, attraversando un gioco di variazioni melodiche inanellate con un preciso disegno strutturale ora su un beat tiratissimo, ora su tempi sospesi, fra paludi elettriche e zattere cariche di zucche intagliate da oboe e violino. Samuel Katarro richiude in un baule impolverato le ballate acustiche, le filastrocche stralunate e i vagabondaggi nel blues strumentale e dà alle stampe una seconda prova che è prima di tutto un saggio della sua immensa capacità creativa, del suo fervore allucinato in grado di partorire mostri e visioni, favole e incubi, della sua destrezza compositiva. Un viaggio nel "lato oscuro della Luna", che riesce nell'intento di rendere prassi musicale quello che per natura nasce alterato. Una bizzarria temeraria: introspezione musicale lisergica che ha una nervatura spiccatamente sixties con bagni acidi e parti rumoristi sanguinolenti. Si circonda di una "Tragic Band" e sventra spiragli di comunicatività da tutti i pori.

Katarro si aggira tra una rada selva di suoni, con una grazia svagata, il mood psichedelico di ritorno, un'orchestra timburtiana, mentre il cielo si apre e le nuvole sembrano correre a una velocità inversamente proporzionale al decelerare dei battiti cardiaci. Nulla è stato sacrificato dell'urgenza originaria e la voglia di sperimentare, ricercare, contaminare, è la vera cifra portante oggi di Alberto Mariotti. "The Halfduck Mystery" è un album in cui mai si profila la costrizione della materia. Melodie, suoni, timbriche invitano ad un ascolto sensoriale, ove partecipa tutto il corpo. Ma soprattutto è libera la forma di essere o non essere struttura, nonché di mettere in discussione la scelta stessa, una volta optata. E' il viaggio acido di un Cappellaio Matto che incontra personaggi psicotici a cui dare biscotti con su scritto "Eat me" e teiere fumanti di suoni che aspettano solo di essere servite.

Canovacci tra garage, pop, archi jazzati, il largo utilizzo di strumenti orchestrali: un camaleonte tra Mercury Rev, Syd Barrett, Jennifer Gentle e il ritorno alla quiete nell'utero musicale dei Fleet Floxes. Il dazio musicale di cui ci omaggia è un brivido vetroso di sdoppiamenti e creature aliene in libera uscita, un gioco delle tre carte e delle tre provette da grande prestigiatore, che ci racconta come sentirsi sempre fuori posto e fuori tempo massimo, inadeguato e con un bagaglio di paure da cui liberarsi. Per questo e mille altri motivi la crescita musicale di Samuel Katarro non è oggi solo cosa certa, ma un fattore nettamente esponenziale.

Commenti (18)

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  • Francesco D'Elia 24/04/2010 ore 11:51 @francescodelia

    Ah, scusa, fondamentale. Registrato da Andrea Rovacchi (tastierista dei Julie's Haircut) al Bunker Studio di Rubiera.

  • Dama Rama 28/04/2010 ore 23:24 @damarama

    che bella voce cazzo! Bravo bravo bravo! Un'altra grande uscita per la musica italiana! Lo vogliamo al MIAMI! Caaaaapito?[:

  • Sandro Giorello 29/04/2010 ore 09:52 @sandro

    C'era già l'anno scorso

  • Dama Rama 29/04/2010 ore 10:55 @damarama

    uff...:(

  • Marco Biasio 07/06/2011 ore 20:33 @bisius

    Uno dei migliori talenti italiani degli ultimi anni! Disco strepitoso, pieno di dettagli e sfumature. Recuperate anche "Beach Party" del 2008 per averne definitiva conferma.

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