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RECENSIONE
14/02/2011

Prendiamo "Underwater music", la mia preferita. Non è certo la traccia più appariscente, quella che ti ricordi dopo un solo ascolto, ma è geniale. Parte diretta, inizia a disporre geometricamente i synth e accenna una voce in lontananza, che poi compare in primo piano duplicandosi in mille versioni di se stessa mentre sotto la batteria continua a battere, costante, separando uno ad uno i colpi, alimentando un ritmo lineare ma cadenzato, ottimo per sostenere questi synth che crescono, crescono, crescono, si fermano per due secondi di silenzio e sbam, il minotauro ficca una testata violenta contro il muro del labirinto che gli hanno costruito intorno, arrivano a cascata altri synth, un basso sintetico e distorto, e quasi diventa un pezzo grime.

Ci si perde nel descrivere il suono degli Aucan. C'è una strana coesistenza tra parti aggressive e altre più morbide. Ad esempio i synth: sono rotondi, con quel tocco elegante alla Rudi Zygadlo, nel frattempo la batteria (il batterista Dario Dassenno è un metronomo) avanza decisa senza lasciarsi scappare un colpo. Non è il grime che si ripulisce per accompagnarsi all'R'n'B (ad esempio: Tinie Tempah con Kelly Rowland, Katy B o James Blake, ed è un peccato che tra le tante di "Black Rainbow" non ci sia anche quest'anima) ma non è nemmeno il dubstep grasso-che-cola invecchiato troppo in fretta. E' un cortocircuito diverso: la musica implode violenta in un contenitore a tenuta stagna. Caos controllato, insomma. Agli Aucan piaccciono gli anni duemila, Aphex Twin ("Embarque", "Red Minoga"), il math rock, il post rock e le canzoni con i grandi cori. Il tutto mescolato. Con il giallo, il rosso e il blu si ottiene il nero? Gli Aucan fissano i colori prima che si annullino tra di loro, sono bravi a cogliere i contrasti cromatici. Mi pare che la copertina sia esplicativa.

Altri esempi: "Blurred", con la voce di Angela Kinczly, parte con suggestioni alla Portishead ma a scavare tra i campioni si trovano distorsioni che tremano come le pozzanghere quando passano i tram, rumori lignei e loop liquidi. "Red Minoga (short edit)" è un altro pezzone: otto battute di dub e poi dritta, tanti blip, piccole partiture IDM, una grande apertura di piano, voci, chitarre, crescendi in reverse, pause improvvise e di nuovo melodie. E anche quando toccano punti davvero cattivi e ignoranti che manco Chase & Status ("Away!"), noti che il sole sta proiettando un'ombra diversa rispetto ai contorni su cui hai meditato per tutti e cinque i minuti, e lì scopri il risvolto psichedelico della canzone. "Black Rainbow" termina con un coro malinconico e distorsioni libere, forse hanno un lato emotivo ancora da affrontare, magari ci penseranno nel prossimo disco.

Impressiona come solo dieci mesi fa queste sonorità fossero appena accennate in un piccolo Ep, ora siamo davanti ad un monolite. Alcuni spunti possono essere considerati datati, in più la musica degli Aucan muove la testa ma difficilmente ti porta a ballare, e forse i tre vivono in sala prove senza sapere cosa accade fuori; ma se tra cinque anni rileggerete questa recensione probabilmente ci aggiungerete un per fortuna. Sono un gruppo formidabile, qualsiasi evoluzione arriverà in futuro non farà altro che aggiungere tasselli ad un suono soltanto loro e di nessun altro. Affascinanti su disco, micidiali dal vivo. L'Italia ha trovato i suoi nuovi Zu.

Tracklist

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