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RECENSIONE
17/06/2011

Dome La Muerte, leggenda vivente del garage italiano, abbandona i suoi Diggers e realizza il primo album solista. Alle spalle trent'anni di carriera, decine di dischi pubblicati, collaborazioni illustri con numi tutelari del punk'n'roll italiano e internazionale (CMM, Not Moving e Jello Biafra dei Dead Kennedys).

Autore ambiguo, sfuggevole e coerente, Dome è un nostalgico. Fin dal blooket, l'impressione è quella di un lavoro fortemente datato: tutto l'artwork interno calca alla lettera gli stereotipi più scontati dell'immaginario hippie: ragazze nude che con la topina di fuori imbracciano la chitarra su campi di grano. Colori tenui, foto sbiadite: che senso ha restare ancora così attaccati ad epoche andate, a miti passati?

La scelta retriva si riflette anche nei suoni, molto sixties: tanto country-rock, tanto blues, tanta tradizione americana in senso lato. Ci si allontana dal punk sanguigno e virulento, ci si avvicina ad un folk coraggioso ma troppo carico di cliché. Se alcuni episodi, soprattutto all'inizio del lavoro, sono più che piacevoli, la maggior parte dell'album sembra infatti accomodarsi sulla solita solfa country-blues, sui soliti giri di armonica, prevedibili e alla lunga annoianti. In questo senso "Poems for Renegades" sembra un calderone appassionato, ben fatto, ma troppo pieno di miti a cui tener fede. Un disco troppo attaccato ai modelli passati per non rischiare di annegare tra essi.

Tracklist

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