19/10/2011

Intensa, fascinosa ed illuminante, torna, poco dopo l'omonimo five-tracks EP, la prolifica scrittura del siciliano Carlo Barbagallo (dobbiamo ripeterlo? E' quel poliedrico personaggio che si cela dietro a progetti pop come Albanopower o math rock come quello dei Suzanne' Silver). Non possiamo citare tutti gli ospiti che hanno partecipato a questo "Quarter Century" e certo aiutano a renderlo uno dei migliori episodi nella sua discografia.

Vuoi per la doppia versione cd e mc, vuoi per gli evidenti rimbalzi a quanto di più bello ci sia nella psycho-prog degli anni '70, al rock marcescente '80, alle amorevoli sterzate mod '90, vuoi anche per le bracciate freestyle nel mare magnum dell'elettronica, il suo incedere attraverso questo suo distintivo e chiassoso approccio lo-fi sembra comunque voler tracciare la linea di un totale. Lo dimostrerebbe il pop trasognante ed etereo infuso Albarn/Barrett dell'iniziale "A Place called home" e della successiva "Wake Me up", chirurgicamente estromesse dall'immaterialità di "Mediocre", più sperimentale e meno ruffiana, ma che anticipano, quasi senza volerlo, un'infallibile rassegna di genio ed eccellenza, con "Reject (No reaction time)" e "Holyday/H.L." in testa. Le coordinate sono sempre le stesse dei lavori precedenti "Ego-God" e "Floppy Disk", ma qui sono pervase da una consapevolezza mostruosamente affine all'estro di Beefheart, alla magia zappiana e alla superbia avanguardista del Collettivo Animale, plasmate su idealtipi indefiniti.

Barbagallo si destreggia infatti come se si trovasse impegnato nella trasfigurazione sinottica di quanta più roba possa contenerne il negozietto di dischi all'angolo, mettendo al riparo tutto quanto gli passi per la testa, in vista di un imminente olocausto. E pensare che il Nostro ha solo 25 anni.

Gli ammennicoli danzanti di "Clouds behind the moon", l'alba postatomica di "Great Sun", il rock adulterino di "Town calls", il chill-out introverso di "Simon Templar", il folk sghembo di "White" ridonano, in sequenza, le stesse amenità che potrebbero scaturire dalla musica degli Orka suonata da Four Tet, e potrei continuare all'infinito, tante sono le influenze che animano questo disco. In sunto: adrenalinico, mastodontico, made in Sicily.

Gran disco. Bravo!

Commenti

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