< PRECEDENTE <
RECENSIONE
27/04/2012

Ci sono album che ti prendono subito, resistono intatti al tempo e quando meno te lo aspetti ti riportano alla memoria qualche specifico momento della tua vita. Ce ne sono altri, invece, che entrano in circolo lentamente, che non si mischiano con la quotidianità, ma ti chiamano fuori dall’ordinario flusso delle contingenze. Credo che “Bitter gospels along the riverside” appartenga a questa seconda categoria. Un album che assomiglia ad un romanzo, dicono i The Please nella loro presentazione. Ascoltandolo puoi decidere di entrarci, familiarizzare con luoghi e personaggi o restarne fuori, ma in ogni caso alla fine ti apparterrà intimamente.

La prima traccia “Farway” sembra quasi un esergo, un piccolo gioiellino di chitarra e voce, che, con malinconica dolcezza, accenna al tema guida dell’album, a quel (non)senso di spaesamento di chi non si sente a casa. Segue “The end as a prologue” e proprio come in un prologo arriva sulla scena un personaggio che anticipa quello che sta per succedere: una città in frantumi, il disorientamento di chi la abita, una nave in partenza. Ma in questo caso l’anticipazione della trama è anche il primo contatto con le sonorità e le tonalità emotive del racconto. A chitarre folk, tastiere e bassi rispondono una varietà di fiati e un canto sicuro e conciliante, che appare quasi come la voce fuori campo di chi quelle cose le ha già vissute. Il personaggio esce e senza interruzione si cominciano ad accendere le prime luci che illuminano la scena, scoprendone a poco a poco lo sfondo, con un gioco di luci e ombre, affidato interamente alla musica. E’ l’inizio di “Hunter” ed è anche l’inizio vero e proprio di questo viaggio.

La traccia che segue (“Red Carpenter”) si richiama alla tradizione della canzone d’autore d’oltreoceano, eppure questa quasi classicità viene (piacevolmente) incrinata sul finale, quando alla coralità dei fiati si contrappone il suono elettrificato della chitarra. E così l’evolversi dell’album sarà dominato da questo suono ricercato e impuro, ricco e intenso, profondo, radicale, che è come se si vestisse di volta in volta di una forma diversa, a tratti riconoscibile. C’è il folk (“Hey”), c’è il blues (“Glasskey”), c’è l’elettronica (“So hard”). Ad ogni traccia, però, ciò che emerge e sorprende è la ricchezza, la singolarità e l’imprevedibilità del suono che fa da sfondo al viaggio intrapreso: il passato non è necessariamente il rifugio più sicuro, bisogna procedere pur senza conoscere la meta, lasciarsi andare, sprovvisti finanche dell’immaginazione.

Alla fine “Reprise”, ovvero il ritorno della seconda traccia, che non suona più però allo stesso modo. Forse perché siamo noi a non essere più gli stessi? Forse perché non c’è mai davvero ritorno ma solo un nuovo arrivo? The end as a prologue. Ogni viaggio, ogni inizio e ogni fine, un po’ si somigliano; eppure hanno un sapore diverso. E noi stiamo sempre di nuovo sulla riva ad aspettare. E a sperare che alla fine l’amarezza si sciolga un pochino, come nell’ultima pagina di un bel romanzo, come nell’ultima traccia di un bell’album da non perdere.

Tracklist

00:00
 
00:00
Commenti (7)
Carica commenti più vecchi
  • La Masseria della Musica 27/04/2012 ore 19:56

    Molto bello.
    Canzone preferita: Red Carpenter.

    > rispondi a @pliskin
  • gravity80 27/04/2012 ore 20:30

    bravi !

    > rispondi a @gravity80
  • Barranco 29/04/2012 ore 15:10

    complimenti davvero.

    > rispondi a @Barranco
  • Barranco 29/04/2012 ore 15:10

    complimenti davvero.

    > rispondi a @Barranco
  • irenenoise 30/04/2012 ore 12:57

    delizioso e raffinato 8-|

    > rispondi a @irenenoise
Aggiungi un commento:

ACCEDI CON:
facebook - oppure - fai login - oppure - registrati
> PROSSIMA >