18/12/2012

Oggi Milano fuori dalla mia finestra è sciatta, e la vernice argentea di pioggia che ricopre tutto cola direttamente nella mia bocca e sa di piombo. Ma chi abita in questa città sa che qualcosa risplende sempre nei nebulosi pomeriggi invernali, e sono le finestre dei condominii di fronte al tuo. Diffondono quella luce color lava, accogliente, calda, invitante e non puoi evitare di spiarci dentro. Ecco che per me, allora, "Musica da una diStanza" diventa la colonna sonora delle mie osservazioni tracotanti di noia e voyeurismo. Ogni brano è una stanza, ogni stanza ha il suo odore, la sua illuminazione, i suoi angoli dove la tappezzeria è strappata, oppure dove il muro è più bianco, perché forse prima c'era un mobile lì. In una scorgi appena gli studenti fuorisede che se la ridono sul divano, in un'altra c'è una bambina che gioca da sola. In un'altra ancora la signora con i capelli bianchi raccolti che guarda fuori melanconica, come ogni santissimo. giorno.

"Storia di una diStanza" è stato pensato, scritto, suonato e registrato (tra camera e cucina, utilizzando anche oggetti di uso comune) come accompagnamento alle parole stampate di "Condominio 23", libro pubblicato Emanuele Martorelli, tra l'altro autore per i Razmataz, fumettista, disegnatore, videomaker freelance, articolista e via dicendo.

In queste osservazioni di case altrui, una stanza suona un po' come i Supersilent, un'altra ancora fa il verso a Ennio Morricone, oppure risuona tipo Tycho. Ogni personaggio è una musica, ogni atmosfera ha un suo timbro e un suo tono, e anche se non ci fosse la musica probabilmente ne partoriresti una tu, quella giusta, quella abbinata. Viene naturale. Non importa se non vedi tutto bene, perché ciò che conta è cogliere il dettaglio utile del cristallo finto del lampadario, lo scaffale pieno di testi universitari, il tavolo di compensato scuro.
Allo stesso modo, "Musica da una diStanza" di per sé svanisce appena distogli lo sguardo e lo riappoggi sugli oggetti ammassati nella tua stanza, sulla tua corrente di pensieri, ma sa comunicare profondamente la sensazione di ogni stanza e sa lasciartela per giusto qualche secondo dopo la fine del brano. Del resto, anche le parole fuggono una volta che le si è lette, e soltanto pochi guizzi di genio rimangono in memoria.

Per quanto mi riguarda, di questo album ricordo veramente poco dopo aver terminato l'ascolto. Questa è una colpa? Si, se ritenete che un lavoro, per essere considerato sufficientemente valido, debba rimanere impresso dentro. No, se da un lavoro sufficientemente valido vi accontentate di ventidue minuti di accompagnamento musicale alla vostra vita. Non c'è una risposta giusta, ognuno scelga la sua. Comunque la pensiate, godetevi un'inaspettata colonna sonora. Se volete un consiglio, non pretendete altro da questo lavoro. Non può darvi altro, non tanto per limitatezza nelle capacità espressive, quanto per ambizione.

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