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RECENSIONE
07/05/2012

Quando, verso la metà di “Cartoline da Amsterdam”, succede il finimondo, si capisce all’improvviso che il disco di Dimartino è veramente bello. Non per il finimondo, che è anzi la cosa meno riuscita dell’album, ma per quello che viene prima e per quello che viene dopo. Dire finimondo, poi, è un’esagerazione, perché si tratta semplicemente di Giovanni Gulino dei Marta sui Tubi che entra e canta un pezzo di strofa a modo suo. È però una rottura totale dell’atmosfera e solo in quel preciso istante si realizza quanto quella stessa atmosfera fosse curata e precisa. È un risveglio, uno di quei saltelli che si fanno nei primi minuti di sonno, che riportano alla realtà e fanno rimpiangere l'abbandono provato fino a pochi istanti prima.

“Sarebbe bello non lasciarsi mai, ma abbandonarsi ogni tanto è utile” comincia alla grande, già dal titolo e dalle prime parole (“Io odio immensamente le ferrovie dello stato / perché è lì che ci diciamo addio quattro volte al mese”), prosegue con lo sfogo in punta di piano di “Non ho più voglia d’imparare” e arriva a compimento con “Venga il tuo regno”, il pezzo che spiega al meglio il concetto alla base di questo album, ovvero la densità. Ogni brano è ricco di suggestioni, idee, spunti intelligenti. Elementi condensati alla perfezione nel terzo brano, che rimanda a Lucio Dalla e dà colore e tono all'intero immaginario di Dimartino: "Venga il tuo regno e venga pure Babbo Natale / Vengano gli uomini neri pescati morti dal mare / Venga mio padre a prendermi a scuola / Venga Gesù con la sua pistola". La concretezza e l'aspirazione verso l'alto, lo sprofondare e la redenzione, tutto trasfigurato da quella pistola, che probabilmente "sembra vera".

L'intero album gioca su contrasti di questo tipo ed è punteggiato da intuizioni notevoli, dal punto di vista della scrittura e in particolare dei testi, spesso illuminati da veri e propri lampi narrativi. Come il post-storia d’amore di “Maledetto Autunno”: "E rincontrarsi in metro / Con un disco in mano / In un giorno assurdo / fingersi più grandi / Di trecento anni / Domandarsi come stai / Io sto bene come te". O come “Corrono le biciclette dei ragazzi di quarant’anni / sulla strada per il catechismo o per il torneo di calcio / torneranno a farsi le seghe e a qualcuno tornerà l’acne”, dal pezzo di chiusura “Ormai siamo troppo giovani”. Giusto un paio di esempi, testimonianza degli enormi passi avanti compiuti da Antonio Di Martino rispetto il disco d’esordio.

Se, con "Cara maestra abbiamo perso", Dimartino aveva riunito in una decina di pezzi qualche decennio di musica italiana, realizzando un disco che faceva della varietà la propria cifra stilistica, con "Sarebbe bello..." ha chiuso lo spettro dei riferimenti, mettendo a fuoco il proprio stile. Fatto che si risolve in una sola parola: compattezza. Le undici tracce del nuovo disco sono una proposta coerente e definita, che si appoggia alla batteria di Giusto Correnti e ruota intorno alle tastiere di Simona Norato. Bisogna sempre ricordare, infatti, che Dimartino sarà anche il cognome del cantante, ma l’approccio e il tiro sono quelli di una band. Lo si sente dal vivo e lo si sente anche su disco.

Qui va ricercata la fonte della compattezza, che va ad aggiungersi alla densità di cui si parlava prima. Questione di peso specifico, insomma. Il peso specifico di un disco importante dalla prima all’ultima traccia, che colpisce per qualità e profondità. Perché che Dimartino fosse bravo lo sapevamo, ma che fosse così bravo forse non l'avremmo nemmeno sperato.

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