07/02/2013

Il vento del ritorno all’arcaico sferza il vecchio continente. Ve n’è segni in quasi ogni ambito artistico, dal visuale alla musica: il neo-paganesimo a sostrato arboreo dei finnici Hexvessel, per esempio, misto di psichedelia e natura sacralizzata, o basti pensare al memorabile Grizzly Man, di Werner Herzog. L’umanità pare essere agli sgoccioli, con l’ossigeno in decisa riserva. Teho Teardo è una delle Nostre glorie nazionali. Musicista eclettico e completo, con un sostrato fieramente underground, è riuscito in pochissimo tempo a sussumere, con le sue colonne sonore per film “alti”, cuspidi di qualità autoriale e sana spinta indipendente. Cos’altro chiedere?

Eppure, la sua fame di musica è inarrestabile, così come la sua iconoclastia, espressa nel continuo e impavido mettersi sempre in gioco, stavolta ci porta nel territorio del visuale. Traendo ispirazione dall’ultimo libro di Charles Fréger, “Wilder Mann, ci porta, attraverso gli scatti del celebre fotografo, per un mondo di uomini-animali, universo ancestrale e lontano, simbolizzante il ritorno al “selvaggio”, oltre la glacialità tecnologica di un essere (l’uomo, appunto) che ha ormai smarrito la sua capacità di riconoscersi parte di un cosmo.

La musica di Teardo, sublime come al solito, conserva tutto il calore umano di una preghiera, un’ascesi profonda  ma attraverso la sacralità della carne. Così il folk pagano dell’opener “Attonita”, tra archi sopraffini e una finale chitarra baritono, sussume al meglio le coordinate di questo disco, altezza e capacità pop.

Un’opera d’arte a cui hanno partecipato musicisti di enorme caratura come il Balanescu Quartet e i violoncellisti Erik Friedlander, Julia Kent, Martina Bertoni. Grande e generoso, come sempre, Teho Teardo.

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