Ronin ep 2002 - Lo-Fi, Strumentale, Sperimentale

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Me lo ricordo Bruno Dorella, i concerti dei Wolfango non si dimenticano, nel bene e nel male.

Al tempo quel matto usava nascondersi dietro quell’abbozzo di batteria che poi avrebbe continuato a percuotere anche per personaggi quali il Bugo e Daniele Brusaschetto.

Ronin è la prima band in cui l’eclettico artista (nonché boss di BarLaMuerte, label del progetto in questione), si impegna in prima persona scrivendo le musiche e suonando la chitarra.

Contornatosi di validi e al suo pari coraggiosi musicisti 'off', con un curriculum da spavento, Dorella realizza questo epche precede l’album attualmente in fase di registrazione.

Copio dalla scheda di presentazione: "Lo spirito è quello di una colonna sonora immaginaria, brani che sembrano fatti per accompagnare immagini o una voce che non c’è, attraverso momenti più bandistici, col gruppo al completo, e altri di puro isolazionismo chitarristico".

Il risultato è, per intenderci, come se Marc Ribot avesse collaborato alla stesura degli strumentali più 'morriconiani' dei Tortoise! Odio tali macchinose definizioni, ma alla scorciatoia che ha preso l’impulso nervoso dalla chiocciola dell’orecchio alla mia testa non ho saputo resistere.

Se “Ronin theme” è il brano più completo e rappresentativo delle potenzialità del gruppo, le sorprese arrivano con la fisarmonica e la confusione di “Canzone d’amore moldava”, che immagino come una specie di leit-motiv ai matrimoni zingari, oppure chessò, nei funerali ungheresi: un dimesso inno che dà voce ancora a questa fascinosa Europa minore, povera, sfrattata, vagante, a metà strada tra il decadente immaginario western occidentale e il fiero rigore arabo.

Triste, ma piacevole. Tradizionale, ma innovativo. Sofferto, ma utile, fuori dal tempo.

Aspettiamo e stiamo a vedere.

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La recensione ep di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2002-10-11 00:00:00

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