29/03/2013

E’ la quarta puntata della loro vita per i Malatja da Angri: vent’anni sulle loro spalle, e tirare dritti per la propria strada per non sentirli. Continuano a considerarli un trio punk-rock, ma l’evoluzione si avverte: non hanno lasciato da parte l’ironia tipicamente campana che li ha contraddistinti lungo il percorso, l’ironia nazionale più difficile e scomoda da decifrare e catalogare, quella che non si autocompiace, ma che diventa tagliente, reale e sporca. Il do it yourself delle prime puntate ha lasciato spazio a un prodotto più curato, esplorazioni di dimensioni sonore nuove, collaborazioni precise e sapienti nei meandri di questo nuovo cerchio di plexiglas.

Per intenderci i riff granitici e le bordate vintage, che faranno commuovere chi i 90’s li ha vissuti come una religione, ci sono sempre (l’opener “Back to hell” va a passeggio con gli Smashing Pumpkins) ma non è semplice ripetersi e crogiolarsi nel già detto e fatto, semmai una presa di posizione, una coerenza stilistica come una scelta da vita, come un presupposto politico-sociale espresso nota dopo nota.

"Dint' 'E Man" ha un incedere pesante e spigoloso memore degli Alice in Chains di "Facelift", il cantato trova lo spazio ad incastri in una batteria rotonda e pesante per poi lasciare spazio alla voce di Pasolini che giunge di soppiatto; "Rock'n'Roll Star 'A Casa 'e Mammà" gioca a mischiare ironia e un simpatico siparietto in vernacolo con quel che resta del punk degli esordi e un testo un pò scontato ma sincero; discorso a parte va fatto per la particolare e fuori dal coro "Sott' 'O Balcone" impreziosita dalla chitarra di Giuseppe Fontanella dei 24 Grana rivelando sentieri più intimisti e bucolici.

I Malatja continuano a vivere sotto il sole e mischiare le carte del rock con la tenerezza di un dolce-amaro che solo il meridione può raccontare senza annoiare.I tre non si pongono il problema di essere cool, probabilmente molti storceranno il naso su alcuni suoni, altri li bolleranno come noiosi, ripetitivi e vecchi ma in queste nove tracce non mancano le qualità che rendano giustizia a “Stracciacore”: nel nostro paese abbiamo sempre più paura di aprire gli occhi e guardarci allo specchio per paura di riconoscerci e farci schifo, loro lo fanno fissando i lati più oscuri del nostro incedere quotidiano; sono diretti e senza fronzoli come alcune delle cose più belle dei dimenticati (e sottovalutati) Estra; citano alcune delle parole più dure e affilate di Pasolini senza far troppo rumore e proclami. Non piacerà a tutti “Stracciacore” ma è un disco che vive e resiste.

"Come avviene questa sostituzione di valori? Io sostengo che oggi essa avvenga clandestinamente, attraverso una sorta di persuasione occulta. Oggi i modi sono più sottili, abili e complessi, il processo è molto più tecnicamente maturo e profondo. I nuovi valori vengono sostituiti a quelli antichi di soppiatto.” Pier Paolo Pasolini (1975)

 

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