10/06/2014

Un disco come non ne sentivo da anni. Potrebbe essere un disco di 40 anni fa per le scelte, che tendono forti al prog. Non ha paura di annoiare, predilige l’analogico al digitale e la registrazione su nastro per regalare all’ascoltatore un prodotto “quasi-live”. Scelta coraggiosa, come quella di cantare in italiano. E l’equazione prog+italiano è facile che dia come risultato qualcosa di simile alla PFM.

La priorità degli Underfloor è evidentemente la musica. Puntano su quella e la voce deve essere solo un suono che ben si adatti agli altri strumenti. Ma non c’è solo prog in “Quattro”: c’è spazio per musica psichedelica, puro rock e improvvisazioni jazz. Il tutto arricchito dall’entrata stabile nella formazione di Giulia Nuti, violista e tastierista, e dagli archi che sanno farsi sentire (soprattutto in “Solaris”) e rendono tutto più poetico.

“Come un gioco” apre con una buona dose di aggressività; “Don’t mind” è più lenta, acustica e melodica, su cui spicca la voce calda e delicata di Guido Melis; “Indian song” scivola verso la psichedelia e il prog, la chitarra acustica, gli archi e le percussioni creano atmosfere, come vuole il titolo, quasi mistico-indiane, con un finale strumentale tutto da godere, dove ogni strumento ha il proprio spazio; “Lei non sa” e “Linee di confine” recuperano la vena più rock. “Solaris” è tipicamente e squisitamente prog, arricchita da archi e tastiere, suoni tesi, tutta strumentale, prelude a un nuovo inizio ritmato che immancabilmente arriva con “Intorno a me”, unico pezzo in cui forse si fa più attenzione alle parole, parla d’amore evitando ogni banalità (aspettami / ora sei le mani che vorrei / stringere intorno a me / ho disertato la mia calda intimità).

Un gran bel disco, raro, da non perdere che rivela una cura per ogni dettaglio che non si vede spesso. Gli Underfloor lo fanno partendo dal più basso “sottosuolo” per alzarsi spaccando il pavimento sopra di sé e facendo uscire tutte le capacità che li contraddistinguono. Suoni diversi l’uno dall’altro e perfettamente accordati tra loro, compresa la voce. “Quattro” contributi di personalità diverse per creare qualcosa di non troppo distante da un’opera d’arte, un lavoro pregevole che finalmente fa attenzione alla musica e tralascia le suggestioni di frasi-fatte o dei cliché di chi oggi vuole riavvicinarsi ad un genere come il progressive. Bei testi, ottima musica e un bel po’ di complimenti, tutti meritati.

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