10/04/2014

Che piaccia o no l’amore c’è (stato) e ci sarà sempre, nella vita e nella musica. E “Catturarti è inutile” di Elisa Genghini parla d’amore, è inutile negarlo. Ma riesce a trattare un tema che di solito è banale e insopportabile con originalità, naturalezza e semplicità. Ammetto che sto ascoltando questo disco da mesi e ancora non è riuscito ad annoiarmi, sarà che ho un debole per le citazioni letterarie e qui ce ne sono tante, sarà che lo stile della Genghini riprende quello del cantautorato femminile nostrano della Donà o della Consoli più lenta e riflessiva, sarà che i testi sono diretti e a volte anche cinici, o forse è più probabile che sia perché è un disco davvero ben scritto.

Sarà che l’amore inizia sempre quando meno te lo aspetti e non sei pronto a quello che ti succederà. Poi si realizza e non è nemmeno come te l’aspettavi, perché col tempo diventa quotidiano e monotono e tutta la spontaneità iniziale viene spazzata via (uff!) da un televisore, da un aspiratore, che ne portano via l’odore (“Il giorno prima dell’amore”). Si rimane da soli e quando arriva il giorno del compleanno di un ex a cui gli auguri non si possono più fare di persona, come non dedicargli “Canzone nella buchetta”, dove invece che una multa presa in strada o una bolletta c’è una canzonetta di buon compleanno?
Certe volte la separazione è obbligata, certe volte si sente subito, davanti a un tramonto e in un abbraccio troppo freddo, che sarà l’ultima volta che si vedrà quel panorama assieme. È questo “Canto per Ulisse”, dove il riferimento omerico è evidente già dal titolo: c’è lui che decide di partire, non si sa se e quando tornerà, e lei rimane a casa, in riva al mare a fissare l’orizzonte e tessere la tela come faceva Penelope nell’attesa del ritorno di Ulisse, e chissà che stavolta il finale non sia peggiore, perché catturarlo è inutile per quanto sia difficile lasciarlo. Vuol dire che le catene, nella vita, non sono mai la soluzione.
Mi sembra di ripiombare nelle vacanze fatte insieme con “Praha”, attraverso immagini sempre belle create dall’uso delle parole, come quel e mi facevo spezzare in due da un istante di Nikon che mi ricorda quando a Praga ci facevamo foto a tutti gli angoli per cogliere tutti i nostri attimi. E poi, tornati, son rimasta sola, ma sono intera, l’ho scelto io e anche se all’inizio mi sono sentita sola, poi ho capito di aver fatto la scelta giusta.
“Tutto sommato (è una canzone d’amore)” e “La donna delle rientranze” sono le più belle. La prima descrive l’amore spontaneo, quello vero, che come tutte le cose è comunque destinato a finire. È un elenco di motivi per cui si ama che ribalta lo stereotipo dell’innamoramento: si ama perché quando torno dormo e non ti penso, perché senza di te le cose hanno ugualmente senso, o perché piuttosto che dirti ti amo, avrei strappato la mia lingua e lanciata via lontano, e così via. È piena di citazioni letterarie, dalla storia della letteratura ai fumetti: è l’amore di Aldo e Bedelia (dal fumetto "Venerdì 12") più che quello shakespeariano di Amleto e Ofelia. La seconda è l’amore carnale di un uomo che soddisfa i propri bisogni con una prostituta negli unici giorni di libertà dal carcere.
E poi c’è “L’amore è un uccello ribelle”, in cui l’amore è doloroso perché implica donare una parte di sé all’altro e in effetti fa un po’ male, ma è anche il titolo del romanzo di Serena Scandellari di cui la protagonista, guarda caso, si chiama Elisa. “Piedi Cavi”, proprio a metà del disco, è una pausa dal tema dominante. E “Il demolitore” forse è l’unica migliore dal punto di vista musicale, un po’ più movimentata, in cui la chitarra elettrica si fa più decisa e anche la batteria è più forte.

Ecco, se dovessi fare una critica direi che si può migliorare qualcosa dal punto di vista ritmico. Va bene la chitarra acustica e una voce dolce e calda, come insegna il cantautorato più classico, però gli spunti che emergono in “Il demolitore” potrebbero essere approfonditi ancora un po’. Per il resto si potrebbe definire come il disco dell’amore finito che non scade in pianti isterici o rassegnazione. Anzi riconosce all’amore che c’è stato e non c’è più un ruolo determinante per la formazione del proprio io presente, ricorda la tenerezza, le bugie, ricorda le inquietudini, la consapevolezza che tutto stia per finire, ma lo fa sempre con semplicità e naturalezza, come se fosse proprio ciò che doveva accadere, perché in amore, si sa, le catene non servono a nulla.

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