25/11/2013

Certi giorni ho bisogno di fermarmi e perdere tempo, intenzionalmente, per poi correre cercando di recuperare. È un inganno consapevole, un’illusione che dura poco ma la devo a me stessa, è un piacere brevissimo che lascia scie d’amaro, un po’ come la neve, incantevole solo mentre cade. E allora mi fermo ad ascoltare “Our Lips” e resto lì, sospesa tra il freddo, la notte e un milione di buoni propositi che rimangono schiacciati dal risveglio, come sempre: domani si vedrà ma non ora, ora resto qui e ballo, sogno e ricordo.

Ricordo gli anni ottanta che ero piccola ma la musica già mi prendeva, e i synth analogici mi proiettano nella cameretta dove registravo canzoni dalla tv, facevo compilation su cassetta e mi impegnavo per dar loro titoli fantastici; mi innamoravo dei cantanti e scrivevo loro lettere su carta profumata coi disegnini e i cuori: la mia compagna di banco invitò i Duran Duran alla sua prima comunione, cose così. Mi fermo e perdo tempo, mi immergo fino ai capelli nell’elettronica infinitamente magica dei Mothell che dipingono il sound dove altri poi imprimono le voci, e i pezzi con i Talk to Me sono un tuffo al cuore, una corsa sui nostri passi per tornare ai giorni in cui non ci preoccupavamo, ma restavamo per ore dietro la finestra, nelle camerette dove i poster lasciavano ancora qualche spazio ai giochi, all’essere metà bambino e metà altro ma non grandi, non consapevoli, e interessati alla neve soltanto mentre cade.

“Human Race” con Simona Barbieri McKenzie è la discoteca dove non potevamo andare, è il piglio caldo di sguardi in sale buie, dove ci immaginavamo bellissimi e protagonisti assoluti, tra i baci lunghissimi che ancora non avevamo mai scambiato, e “Dandy Girl” (con Mordecai) è il momento esatto in cui la pista si riempiva, tutti con le mani in su, gli occhi fissi, i pensieri leggerissimi.

Come se due generazioni si incontrassero, come se noi stessi ci incontrassimo a metà strada tra ora e un lontanissimo allora, tra vecchie e nuove tecnologie, tra i sogni e il puro piacere di fermarsi, tra le illusioni e una presa di coscienza che pare sempre fuori luogo: un lavoro che crea attorno a sé uno spazio e una precisa atmosfera, una finestra sul passato, sulla dance come sul dream pop, e tu lì, sospeso tra il freddo, la notte e un milione di incantevoli cristalli di neve.

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La recensione Mothell - Recensione - Our Lips - EP di margherita g. di fiore è apparsa su Rockit.it il 23/07/2019

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