02/10/2014

Non dico si tratti di un rapporto amore/odio, artisticamente parlando, quello che mi lega alle opere di The Huge, ma siamo abbastanza vicini. Anzi, a essere sincero avrei preferito occuparmi di lui dopo almeno un lustro dall'ultima recensione, più che altro perché ciò avrebbe potuto sottintendere un rallentamento dei suoi ritmi di scrittura e incisione dei pezzi.

Al contrario, Gianluca Piomitallo continua imperterrito a pubblicare canzoni, avvalendosi di ogni singola possibilità che la tecnologia in primis (in fase di registrazione) e la rete in seconda battuta (le piattaforme di diffusione a costo zero) gli mettono ormai a disposizione da diversi anni. Però, come scrissi appunto in passato, il Nostro rischia davvero di abusarne, anzi probabilmente ha già superato la soglia; eppure continuo ad essere convinto che abbia dalla sua una buona penna, mentre negli arrangiamenti si appiattisce su un modello (il pop inglese che oggi richiama Mika, ieri George Michael e l'altro ieri Elton John) che non ha saputo far evolvere dandogli una connotazione personale. A tal proposito continuo a ritenere che se avesse limitato la sua mole di pubblicazioni, applicando un filtro durante tutti questi anni, adesso staremmo ragionando su un altro piano.

Ad ogni modo, nel caso specifico di "The smile on your mouth was the deadest thing", The Huge si inventa qualcosa di relativamente nuovo in fase di "montaggio": mette insieme 8 poesie di artisti vari (da Wordsworth a Blake passando per la meno conosciuta Christina G. Rossetti) e ne confeziona un album. L'esito, come potete immaginare dalle mie premesse, é altalenante: gradevoli un paio di episodi (l'iniziale "Daffodils" e la vivace "The garden of love"), mentre il resto sono per lo più ballate che - verissimo - rispecchiano in toto la cifra stilistica di Gianluca ma al terzo ascolto finiscono per annoiare.

Ormai è assodato che il prolifico autore di origini campane abbia trovato la sua strada e di conseguenza abbia deciso di percorrerla fino in fondo. Dopo 13 titoli (fra album ed ep) era però logico aspettarsi una (anche piccola) evoluzione del sound; spiace invece constatare la ripetitività di uno schema che ci auguriamo abbandoni - anche solo gradualmente - col passare del tempo a favore di una qualche soluzione meno scontata.

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