30/04/2003 di Alberto Motta

Prologo: il ‘caso Jerrinez’ risale all’inverno 2002, periodo in cui presi parte ad una loro esibizione presso il ‘Pow Wow’ di Milano, anche se in realtà mi ero recato al locale per presenziare al concerto dei Pekisch, gruppo di supporto della serata.

Mi permisi, in chiusura di articolo, un appunto sull’esibizione del gruppo, che non riporto, ma che mi fruttò un carteggio digitale con i nostri. In sintesi, la critica mossami da Bobo era corretta: non avevo argomentato il mio giudizio e non avevo dedicato alla band l’attenzione minima necessaria. Mi scusai e feci richiesta di recensire il loro demo per ripagare il mio errore. A voi.

Il cd parte in atmosfera ‘rock-western-style’: I primi 6 minuti e 08 di “Intro” e “Canzone del pugile” introducono bene “Surfin’ dark”, brano semistrumentale di bella stesura. Poco più di 5 minuti che si lasciano ascoltare, con la chitarra wha e basso a tratti distorto. Il titolo è effettivamente calzante.

Filippo è un chitarrista con personalità.

Il cantato moltosopratuttoilresto di “Cellophane” non sortisce l’effetto situazionista che suppongo dovesse: belli i flanger, altrettanto i wha. Troppo sotto il basso, e impreciso Michele alla batteria, soprattutto nei giri sui tom e nelle rullate in genere.

I Jerrinez sanno spaziare stilisticamente: le atmosfere, su tutto, sono molteplici e si lasciano intuire; peccato che l’esecuzione suoni spesso sporca. La struttura dei brani lascia infatti presagire che la formazione potrebbero rendere molto di più se solo si dedicasse con più attenzione al suonare ‘fisicamente inteso’. Non so perché, ma ricordano episodicamente i Presidents Of The United States Of America (quelli di “Lump” e “Peaches” per intenderci.).

L’innocenza di “Se tu mi ami” cattura l’attenzione, mentre “Affetti infetti” cantata almeno una quinta sotto tutto il resto del demo fa venire fuori una voce finalmente interessante; nel caso si trattasse di Bobo, gli consiglio di riflettere sulla possibilità di assestarsi su un registro vocale un po’ più basso… perché ha proprio una bella voce! Rock psichedelico un po’ deviato e scontato con “In memory of J.”, mentre va un ‘NO’ deciso a “Favole”.

Lavorando sul suono, la batteria sarebbe stata più dentro alle canzoni (la cassa è proprio unpo’cosìcosì), mentre le chitarre suonano bene in tutto… carino anche il banjo!

Si chiude con “Western end”, strumentale. Una conferma di ciò che la precede.

Demo da “” al sesto ascolto.

Cantati troppo urlati.

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La recensione Jerrinez - Recensione - demo di Alberto Motta è apparsa su Rockit.it il 16/07/2019

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