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RECENSIONE
01/09/2014

Quando un gruppo definisce il suo album “un'opera anti-cristiana e anti-capitalista” un po' di preoccupazione sorge: sarà una mattonata di predicozzi e slogan curre-curre-hasta-siempre-corre-la-locomotiva di quelli che anche se hai il tatuaggio di Che Guevara e il busto di Marx in salotto ti provocano rigurgiti di pensiero destroide? Fortunatamente no.

Più che cortei e occupazioni anni novanta, quest'album evoca teatri avanguardisti e factory artistiche uscite dalla New York o dalla Londra anni settanta. Se è vero infatti che l'accento italiano di Gaber, CCCP e Teatro degli Orrori si sente, e anche forte, altrettanto decisa si avverte l'esigenza di inoltrarsi in territori di sperimentazione quasi estrema, con i testi che sono più che altro flussi di coscienza in cui i proclami politici vanno estrapolati fra un'associazione di pensieri e un'oscura citazione filosofica, mentre gli strumenti spaziano senza freni apparenti fra punk, art-rock, teatro-canzone, no-wave, jazz, ritmi latini, reggae alla Clash... la musica dei Fedora Saura è cerebrale, non per tutti e certo non per i frettolosi, una musica che necessita di tempo per essere digerita – o quantomeno assaporata per poter poi decidere anche di sputarla schifati -, come ai tempi in cui ci si prendeva la briga di ascoltare tutto, di leggere, di capire.

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