05/11/2014

“Open Source” (il titolo è già di per sé esemplificativo) incarna una di quelle classiche produzioni dove l’elettronica funge da funzionale volano per ossigenare altre collaterali forme espressive, quella visiva e pittorica in primis: 14 tracce concepite tra la Toscana e Berlino (e come poteva essere altrimenti quando si parla di elettronica?), già dotate di una minima autosufficienza comunicativa, certo, ma che solo se collocate didascalicamente all’interno di un progetto di libera e multiculturale fruizione artistica riescono ad ottimizzare al meglio la loro carica immaginifica.
Al centro di tutto la commistione – a ben guardare neanche tanto pioneristica – tra gelida macchina e umana fisicità, tra silicio e muscoli, tra sintetico astrattismo e sanguigna emotività ma, soprattutto – perché di musica si parla – tra elettronica trasversale e carnalità rock, dove è la scheda madre del Dio PC a fungere da basamento creativo.

A dare manforte al trio toscano una pletora di valenti collaboratori (da Paolo Messere – anche produttore artistico – a Matteo Dossena, da Melinda Ligeti ad Alan Vichi, solo per citarne alcuni) senza i quali, forse, le innumerevoli (pure troppe!) vie di fuga di “Open Source” avrebbero rischiato di annodarsi sterilmente tra di loro dentro la più perniciosa autoreferenzialità. Occhio, dunque, a munirsi della giusta chiave di lettura prima di avventurarsi nell’ascolto di quest’opera prima: qualora il fine ultimo di Francesco Baiocchi & Co. sia stato quello di sponsorizzare l’assoluta versatilità dell’elettronica nell’affascinante universo delle ibridazioni sonore (qua dentro ci troverete synth, drum machine, sovra-incisioni, chitarre, intrecci vocali, violini, piano ecc.) allora vi sarà più facile metabolizzare le saturazioni stoner di “All girls”, l’ansiogena new wave di “Something like crazy”, il funky-tronico esistenzialista (“Am I human? I Don’t know”) di “Right people”, il crossover epilettico ai confini della perdizione lisergica di “Copenhagen” o gli altrettanto tarantolati funkettoni post-moderni di “Old guitar” e “Blush”. In caso contrario potreste correre il pericolo di imbattervi inevitabilmente in un – all’apparenza – forzoso overbooking di idee ed intuizioni, come in una sorta di disco-imbuto, con il rischio di smarrirvi tra i meandri di un multicromatismo dispersivo e straniante (vi basti il traumatico passaggio dall’IDM cantilenante di “Face watching” al folk sbilenco, su latitudini nordiche, di “Strange folk in a place”).

Se proprio volete un appiglio, diciamo che siamo dalle parti dei piemontesi Niagara, anche se qui l’alchimia tra natura e transistor si sviluppa su ben più tortuosi sentieri.

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La recensione Motherboards Project - Recensione - Open Source di Antonio Belmonte è apparsa su Rockit.it il 19/08/2019

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