10/07/2014

Sono lontani i tempi di "About Love and Indifference", si direbbe ad ascoltare il nuovo lavoro di Davide Combusti, in arte The Niro. Lontani, sì. Perché la scia cantautoriale alla Jeff Buckley con cui l'abbiamo conosciuto ha lasciato spazio a un lavoro più complesso e, stavolta, tutto in italiano. Il marchio di fabbrica, però, resta e si sente bene: certi passaggi inconfondibili, certi falsetti, sono sempre lì a segnare uno stile che chi lo conosce dal suo passato più underground riconosce all'istante. 

Il nuovo The Niro, quello che ha conquistato il pubblico di Sanremo con il suo viso sincero, talento in tasca e l'umiltà di chi ha già fatto tanti concerti e sa da dove viene, passa da questo "1969". Un album di 11 canzoni che prende il titolo dalla canzone portata all'Ariston, dedicata allo sbarco sulla Luna: un episodio da celebrare perché testimonia il progresso umano, ma che nasconde anche un velo di malinconia, visto che è forse l'ultimo momento in cui l'umanità è stata tutta col naso all'insù ad ammirare i prodigi (o i trucchi, per i complottisti) della tecnologia. E' un brano meravigliosamente pop rock, che entra subito nel vivo con una forte carica e che per Sanremo ha significato anche una digressione notevole dalla forma canzone classica, tipica del melodico italiano. Sulla stessa lunghezza d'onda c'è pure il secondo singolo, "Ruggine": batteria potente, riff appiccicoso, un testo in cui si fa presto a riconoscersi. 

C'è poi un pizzico di indie rock nel primo brano, "L'evoluzione della specie". Un'ottima intro al disco, denuncia delicata del paradosso di evolversi e puntare al futuro tra precarietà ed eccessi di vario tipo. Parte lenta e innesca poi un vortice tra un tappeto elettronico che scandisce il ritmo e tante chitarre che sfociano in un mix quasi progressive e hard rock.  "Qualcosa resterà", e in parte anche la bella "Non riesco a muovermi", sono invece molto cinematografiche: accendono immagini in testa e sono forse influenzate, nella scrittura, dalle soundtrack firmate da The Niro di recente (per esempio "Mr. America"). 

Scorrendo l'album si incontrano pezzi pop, ma estremamente elaborati, come "Vanità" o "Colpa mia". E momenti più intimisti e teatrali, come "Ormai" o "Eroe", che vanno in una direzione più sperimentale. Cantautorato raffinato è, infine, quello di "Pindaro", che al primo impatto può ricordare personaggi come Carmen Consoli, nell'attitudine compositiva un po' barocca ma pur sempre speciale.

Un disco che racchiude dunque tanti spunti diversi. Che strizza l'occhio a tanti pubblici,  coniugando il brano perfetto per la radio con lo slancio creativo su cui moltissimi faranno skip. Un lavoro d'alta qualità, senza sbavature. E che, proprio per tutte queste ragioni, forse un difetto ce l'ha: si fa fatica a trovargli un'anima. Quella che ti fa emozionare tantissimo e ti fa venire la pelle d'oca. Spunta qua e là, perché lo sappiamo che c'è e i pregi di questo artista sono tanti. Ma non emerge come meriterebbe. Siamo cambiati noi? Può darsi. Ma, forse, è che Davide ci aveva maledettamente viziati. 

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La recensione The Niro - Recensione - 1969 di Sara Scheggia è apparsa su Rockit.it il 22/07/2019

Commenti (2)

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  • David Drago 10/07/2014 ore 19:00 @daviddrago

    E' vero che sulle opinioni non si discute. Ma francamente, dire che questo album non abbia anima non mi sembra un'opinione, ma una svista, una disattenzione. Ne siete certi? Forse, ognuno sente i brividi dove può.

  • maxavo 14/07/2014 ore 12:27 @maxavo

    Questo di The Niro è senza dubbio una delle piu belle uscite che il recente panorama italiano ci abbia concesso.Non era facile mantenere la stessa "internazionalità" delle precedenti uscite(è piu conosciuto all'estero che in Italia, il nostro Davide) con il cantato in italiano, ma lui ci è riuscito alla grande. Riescie persino, con questa sua operazione, a discostarsi dai suoi riferimenti piu sfacciati (buckley) in favore di un rock venato di una psichedelia d'altri tempi(primi pink floyd) che rende il suo album veramente degno di nota. Mi sembra che pochi se ne siano accorti, nonostante il suo "sbarco" all'ariston, dove sembrava lui il primo uomo sulla Luna.Dimostrazione che,in Italia, investire sulla qualità è strada lunga ed impervia.Spero che The Niro non si scoraggi e continui così, nonostante si veda passare davanti i vari zibba e rocco hunt.Come si dice: la terra vista dalla luna......

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