24/07/2003

A fidarsi della foto di copertina (un primissimo piano di una mano nella tasca destra di un jeans), non faticheremmo a credere che “La superficie delle cose” sia un disco springsteeniano tanto nell’immaginario quanto nei suoni. Aggettivo che, per i più superficiali, potrebbe servire a liquidare, con estrema noncuranza, un disco d’esordio che ha sì diversi punti di contatto con il Boss, ma che, si badi bene, non si esaurisce nella pedissequa emulazione. Fabrizio Coppola è infatti cantautore di belle speranze dotato di una specifica personalità a livello musicale, tanto che le 9 tracce del suo disco d’esordio sapranno come convincere, eventualmente, anche i più scettici.

Partiamo quindi con l’analizzare l’impianto sonoro: formazione ‘a tre’, con Fabrizio che si occupa di voce e chitarre, lasciando alla sezione ritmica un compito non indifferente - ma che i due prodi compagni svolgono egregiamente. Da ciò ne risulta che le canzoni, ognuna a suo modo aderente ai classici modelli rock, siano ‘polaroid’ di stati d’animo piuttosto che di sensazioni, che colpiscono per la semplicità dei messaggi, diretti e mai banali. A completare ciò un sound vigoroso e robusto, alla cui riuscita hanno contribuito non poco le mani sul mixer di David Lenci, per una volta alle prese con suoni che non credevamo riuscisse a plasmare così efficacemente. Se c’è infatti un punto di forza in questo lavoro è da cercare nella resa complessiva dei brani, tutti assolutamente omogenei rispetto ad un’ideale sonoro che trasfigura palesemente ascoltando l’opera.

Piaccono quindi, e molto, le chitarre, graffianti e cariche di adrenalina (ascoltare, ad esempio, le stilettate di “Volontà” e “Antenne” per farsene una ragione, piuttosto che il climax di “Liquido”), quanto il lavoro ‘di sponda’ che basso-e-batteria sanno portare avanti senza mai strafare. Il tutto condito - non ci stancheremo mai di ripeterlo - da un eccellente lavoro produttivo che rende “La superficie delle cose” un album degno della stessa parola. Il che non è poco in una media di uscite periodiche in cui è evidente che si preferiscano produzioni che, in un modo o nell’altro, cercano di aderire il più possibile a conformismi dettati da un etere radio-televisivo alla ricerca della medietà (che fa inevitabilmente rima con ‘mediocrità’).

In questo contesto, ma anche a prescindere, le 9 canzoni di questo disco vanno a costituire un’opera quantomai ‘coraggiosa’, che trasuda rock‘n’roll come poche e sa essere straordinariamente ‘vera’. Ed è inutile nasconderlo, ma è ciò di cui oggi abbiamo tutti urgentemente bisogno.

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