Oloferne L'inferno dei Musici 2014 - Rock, Progressive, Folk

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Tra medioevo e modernità, fiaba e realtà, accademia e buskers mood. Folk-prog a corrente alternata, convincente sul passato meno sulla contemporaneità

Oloferne è un personaggio biblico che fu ucciso, con l’inganno, dalla giudea Giuditta, e che persino Dante cita nella sua Divina Commedia come esempio di smisurata superbia. Questa telegrafica didascalia da “Settimana Enigmistica” per introdurvi una band marchigiana – ormai attiva dal 1999 – che prende il nome proprio dal condottiero babilonese senza però condividerne la proverbiale superbia, anzi, arrivando, in punta di piedi, al suo quarto lavoro, dopo aver fatto incetta di premi e riconoscimenti con le precedenti produzioni.
“L’inferno dei musici” si nutre famelicamente di arte visiva (pittorica in primis) per poi rivomitarla, con discreto mestiere, sotto forma di musica rievocativa, colta per bibliografia ma popolare per fruibilità, come del resto ci anticipano titolo, copertina e tematiche del disco, ispirate alla pittura di Hieronimus Bosch (“L’inferno dei Musici” è, appunto, il terzo quadro del suo celebre trittico “Il giardino delle Delizie”).

Siamo inequivocabilmente dalle parti di quel folk-prog che ha segnato i primi ’70 continentali con quella sua immaginifica miscela di tradizione celtica, suggestioni medievali, raffinatezze classiche e rifiniture rock a fungere da saldatura. Accademia e buskers mood, festa e ritualità, realtà e piglio fiabesco s’incastrano all’interno di un meccano sonoro che funziona sulle più datate e complesse partiture acustiche (la strumentale “Invictus”, il traditional irlandese “We have no heads” di Denis Leary e la suite della title-track) ma che vacilla su quelle più marcatamente rock (“Soldati di memoria” o la stessa cover di “Impressioni di settembre” della PFM).
Gli Oloferne sembrano, è vero, nipotini dei Jethro Tull e del blasonato prog italiano, figliocci di Branduardi, nelle loro più riconoscibili derive cantautoriali, cuginetti dei più elfici Blackmore’s Night, nonché fratellastri dei ben più panoramici Corde Oblique – forse, ad oggi, il progetto a loro più affine – ciononostante smarriscono, strada facendo, un bel po’ di tensione evocativa, a causa di una palpabile disomogeneità orchestrale e di uno scarso pathos vocale che non rende grazia alle liriche (“Profezie del tempo” e “Danza macabra”).
In breve, tanto talentuosi nell’interpretare la parte degli antichi quanto velatamente impacciati nel recitare quella dei moderni.

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La recensione L'inferno dei Musici di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2014-12-30 00:00:00

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