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album Eneide, Un Nuovo Canto - Beau Geste

Beau Geste

Eneide, Un Nuovo Canto

Tannen Records 2014 - Rock, Progressive, New-Wave

RECENSIONE
08/10/2014

Forse basterebbe, da solo, il didascalico reportage di Francesco Saliola – pubblicato proprio su queste pagine lo scorso luglio – per far comprendere agli eventuali disinformati di turno quanto L’”Eneide di Krypton” abbia rappresentato – e rappresenti tuttora – uno dei capitoli fondamentali dell’avanguardia teatrale italiana, per aver dato luogo, nell’ormai lontano 1983, a quell’inter-epocale amplesso artistico tra l’antichissimo poema epico per eccellenza e l’allora attualissimo fermento new wave che scelse Firenze come suo baluardo tricolore; il tutto all’interno di una futuristica cornice scenica che ridisegnò le coordinate della comunicazione visiva.
Quella della compagnia fiorentina Krypton rappresentò, dunque, una rilettura (post)moderna e spregiudicatamente spettacolare della più celebre opera virgiliana, la cui partitura sonora fu commissionata a degli ancora sconosciuti Litfiba i quali, su quei 6 didascalici commenti musicali, costruirono il proprio esordio ufficiale su album.

A distanza di ben 31 anni dalla prima al Teatro Variety di Firenze, una riedizione di quel mitico spettacolo, fortemente voluta dai suoi originari creatori – e ribattezzata per l’occasione “l’Eneide di Krypton: un nuovo canto” – è stata allestita lo scorso maggio presso il Teatro Studio di Scandicci e, grazie al preziosissimo supporto crowdfunding di MusicRaiser, cristallizzata da Tannen Records su un doppio vinile deluxe.
Al posto dei Litfiba ci sono, a questo giro, i Beau Geste (Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli e Antonio Aiazzi) a musicare dal vivo le narrazioni di Giancarlo Cauteruccio, alter ego di Enea e voce fuori campo. I brani da 6 diventano 12 – grazie al restyling di alcune composizioni degli stessi Beau Geste risalenti alla seconda metà degli anni ’80 – a irrobustire una trama orchestrale vestita di nuove sfumature elettroniche e magistralmente depurata dagli anacronismi di troppo. Così come s’irrobustisce il contraltare lirico, non più mero ornamento evocativo (originariamente relegato al solo “Racconto di Enea” recitato da Pierò Pelù) bensì colonna portante dell’intero concept.
Cambiano i suoni, gli equilibri narrativi, cambia la pelle, dunque, ma non il cuore né il sangue che, con immutata densità immaginifica, continua a irrorare, come nella prima versione, la solitudine di un (anti)eroe squarciata da guerra, dolore, morte, amore, resa e riscatto. La riscoperta bellezza di questo “Nuovo Canto”, alla fine, sta proprio nell’aver ribadito, alla luce di una rinnovata sensibilità musicale, la tenuta artistica di un capolavoro antico persino al cospetto di un duplice stress da modernità.

Nulla da eccepire, quindi, né tradimenti né compromissorie ruffianerie a stravolgere l’epica visionaria e romantica del suo predecessore, qui riverberata da una darkwave minimale per addendi ma tridimensionale per pathos: centellinatevi l’apertura cosmico-progressiva che incornicia magnificamente “Le parole del ricordo”, lasciatevi turbare dall’enfasi apocalittica de “La tempesta” e dalle tetre sospensioni Curiane di “Approdo sulle coste della Libia”, fate vostre le sofferenze d’amore di Didone attraverso la toccante vocalità di Ginevra Di Marco, riabbracciate la new wave che torna prepotente, nel suo miglior vestito elettronico, a supportare il recitato tragico di Cauteruccio ne “Il racconto di Enea”, abbandonatevi all’angoscia di “Tra le ombre” che suggella il trionfo della morte, come in una sorta di sintetico “Dies Irae” miniaturizzato, cavalcate la paura sul nerissimo climax de “La battaglia”, adagiatevi su “Il canto dei latini” che, rispetto alla versione originale, smorza le celebrative frequenze simplemindsiane per distendersi su più ariosi registri cinematografici, e riacquistate, infine, piena consapevolezza dei vostri tempi col (nuovo) epilogo di “Clandestini”, riconoscibilissimo aggancio tematico alla nostra drammatica contemporaneità.

Questa dei ritrovati Beau Geste è una grande polaroid chiaroscurale di un’opera appassionata, viscerale, panoramica e moderna – dove persino il citazionismo diventa rinascita – che rende (nuovamente) grazia al “Poema dei vinti” e che meriterebbe, a sua volta, il conferimento di una meritata autorevolezza didattica. Una polaroid che avrebbe forse distolto dal suo insano intento persino quello stesso Virgilio che, ricordiamo, scelleratamente “dell’Eneide voleva far cenere”.

Tracklist

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Commenti (7)
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  • Giulio Pons 09/10/2014 ore 09:47

    Ciao Antonio Belmonte, ho corretto la tracklist.

    > rispondi a @pons
  • Antonio Belmonte 09/10/2014 ore 09:59

    Grazie mille Giulio.

    > rispondi a @antobel
  • Francesco Celeste Farro 20/04/2015 ore 15:09

    Scusatemi, ma veramente "Clandestini" viene immediatamente prima di "Approdo sulle coste della Libia", l'ho visto dal vivo qualche giorno fa e tra l'altro il suo finale corrisponde anche con l'incipit della seconda.

    > rispondi a @franfarro
  • Francesco Celeste Farro 20/04/2015 ore 15:19

    PS. C'è stato anche uno scambio di brani: quello che qui è riportato come "Il Canto dei Latini" è in realtà "Approdo sulle coste della Libia", e viceversa.

    > rispondi a @franfarro
  • Antonio Belmonte 20/04/2015 ore 18:09

    Ciao Francesco, originariamente la tracklist riportata sulla scheda album era effettivamente falsata poiché caricata erroneamente dallo stesso ufficio stampa del progetto: in pratica alcuni brani riportavano il titolo sbagliato.
    Successivamente, su mia stessa segnalazione, la tracklist penso sia stata corretta così come tu stesso puoi verificare sopra (ma dovrei ascoltarla nuovamente per sincerarmene).
    La mia recensione, ad ogni modo, rispecchia l'ascolto dei brani così come riportati sull'album che, a sua volta, come ben sai, rispecchiano l'ordine di quelli eseguiti dal vivo. "Clandestini" è l'ultima traccia del lavoro e rappresenta l'aggancio dell'originario progetto alla contemporaneità.

    > rispondi a @antobel
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