21/11/2014

Teschio amletico appoggiato su una piazza di un letto matrimoniale, nell’altra, la silhouette di un corpo femminile giace immobile, di schiena, capelli viola e schiena nuda. Una morte? Un abbandono? Tutto in questa istantanea anela l’oblio, tutto è così immobile da trascendere la circolarità del tempo. Già dalla copertina e da ciò che vi campeggia sopra, si evince in un amen su quali sonorità andremo ad impattare e su quali lande gelide ed oscure dirigeremo la nostra macchina sensoriale. Gli Ash Code sono un trio dedito al dark electro più ecumenico, genere che, in un tripudio di drum machines e synths, sta ritagliandosi una buona fetta di estimatori anche nel nostro paese grazie a formazioni quali Starcontrol, Modern Blossom, e Schonwald.

Formatisi poco meno di un anno addietro, debuttano sulla lunga distanza con questo lavoro contenente dieci tracce ed edito da Swiss Dark Nights, una delle etichette culto della scena goth elvetica e italiana, sicuramente tra le più attente ai fermenti provenienti da quel sottobosco. In “Oblivion” tutto è al proprio posto: a partire dal basso pulsante e sinusoidale di Adriano, passando per le rasoiate di synth prodotte da Claudia terminando con il crooning di Alessandro, voce spettralmente affascinante e del tutto speculare a quella del miglior Peter Murphy. A cominciare da “Void” (che c’entri qualcosa con il concetto di vuoto nella tradizione buddista?) traccia strumentale d’apertura, il primo singolo “Dry Your Eyes”, entrato prepotentemente nelle playlist dei principali party dark europei e nelle radio di genere, continuando con la distopica e martellante “Crucified”, gli stilemi del genere vengono ben calibrati e somministrati in maniera del tutto personale agli adoratori pagani del culto goth. “Unnecessary Songs” e “Empty Room” sono l’uno-due che manderebbero al tappeto qualsiasi estimatore di queste sonorità: la prima tutta imperniata su di un giro di basso killer e una drum machine marziale, mentre la seconda rimanda ai Tuxedomoon di “No Tears”, il che è tutto dire.

Il viaggio termina nella stazione berlinese di “North Bahnhof”, luogo caro agli Ash Code per aver loro ispirato e fornito il concept per il disco in questione. Un’ottima prova in stile “buona la prima” questo “Oblivion”, che testimonia ancora una volta che anche qui da noi c’è spazio vitale per sonorità che nel resto d’Europa stanno conoscendo una seconda (terza?) giovinezza e all’interno delle quali si stanno cimentando band italiche che, se debitamente supportate, possono recare lustro a tutto il paese.

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