John De Leo Il grande abarasse 2014 - Sperimentale

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Un'opera in due parti, la prima radiodramma organizzato intorno a una trama, la seconda pura sperimentazione musicale: per ascoltatori attenti

Forse qui c'è un'incomprensione di fondo, che però i veri fan di John De Leo hanno già afferrato da tempo, ovvero: se si ascoltano i suoi dischi così, come si farebbe con qualsiasi musicista pop, come della semplice musica d'arredamento, gli si fa un torto quasi personale. Questa considerazione va presa come un complimento, nel senso che di discorsi del tipo «Sai, volevo fare un disco così, che la gente potesse ascoltarsi in macchina mentre va al lavoro» non è che si senta davvero l'esigenza.
Esigente quindi sì John De Leo nel chiedere attenzione ma senza la petulanza internettara dei nostri tempi. Niente «Clicca mi piace per ascoltare il nuovo singolo di Caio», niente «Il nuovo video in esclusiva per Musica Wow». Queste sono cose che riguardano gli uffici stampa e i giornalisti musicali che lavorano per gli uffici stampa. La richiesta di attenzione va fatta con i modi e i tempi giusti e si basa in realtà su una cosa sola: la qualità della musica proposta, perché la qualità della musica bassa ti fa male, lo so. Per fortuna non è il caso de “Il Grande Abarasse” che andrebbe preso, come dicevo in apertura, per un oggetto sonoro diverso dalla tipica collezione di brani musicali, e questo per motivi diversi. Citiamone due.
Il primo riguarda la sua struttura: più che un album, qui siamo di fronte ad un vero radiodramma organizzato intorno ad una trama che informa tutto il materiale musicale. Bisogna quindi immaginarsi raccolti attorno ad un impianto stereo (qualcuno di voi ce l'ha ancora, no?) a seguire ciò che succede con rapimento, come si faceva ai tempi delle produzioni dello Studio di Fonologia della Rai di Milano. Lì John si sarebbe divertito come un pazzo a mescolare l'incredibile mole di riferimenti musicali che ha a disposizione, sia come cultore di musica che come performer. Lì John avrebbe cantato con Cathy Berberian “Stripsody” e avrebbe dato voce a Italo Calvino con Sergio Liberovici. Ma siccome «those dancing days are gone» (Yeats, non Carla Bruni) John De Leo forse non sarà radiotrasmesso se non da qualche illuminato responsabile palinsesto. Io mi auguro che non sia così, ovviamente, perché è inutile stare lì a piangersi addosso dicendo che la gente ascolta solo (scusate) merda e poi appena qualcosa di interessante esce allo scoperto tutti a dargli all'untore.

Tornado al disco, il secondo motivo per cui siamo costretti ad ascoltare “Il Grande Abarasse” in maniera insolita è che in realtà non si tratta di un solo album, ma di due: esaurito infatti il radiodramma si entra in un secondo momento musicale fatto di 6 ghost track dove si mescolano field recordings, melodie al pianoforte che spaziano fra Debussy e Pink Floyd e composizioni per archi, voce e chitarra primonovecentesche. Oltre (ovviamente) al silenzio, destinato per natura ad essere riempito durante l'ascolto con i nostri corpi e luoghi. Senza sapere dell'esistenza di questa seconda parte, si sarebbe sorpresi da quell'improvvisa epifania di suoni (che alle volte quasi spaventa) e che fa parte del fascino delle ghost track, come se lo stereo stesso si fosse messo ai comandi per insidiarvi con della strana musica. Forse anche questo era l'intento di John De Leo per questa seconda (autonoma) parte.
Per concludere: a discapito vostro, se non siete disposti a questo tipo di ascolto (e per tipo intendo proprio disposizione), lasciate perdere il nuovo disco di John De Leo. Lui vi capirà e vi assolverà, perché sa che è preferibile parlare non a chi sente, ma a chi ascolta.

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La recensione Il grande abarasse di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2014-11-17 08:00:00

COMMENTI (1)

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  • sabina.marcoaldi 7 anni Rispondi

    Questo CD è meraviglioso da ascoltare, guardare e toccare.............. peccato non si possa mangiare!!!!