20/11/2014

Un primo pezzo programmatico (“Un giorno”), con un arpeggio che ricorda il Fred Neil di “Everybody’s Talking”, una vocalità in bilico tra Lolli e Paoli (nel cui solco canoro il primo si colloca), testi che declinano l’impegno e la delusione per i tempi nell’intimismo: ecco Olden. Nel resto del disco affiorano tratti del De Gregori anni 80, di Gaber (entrambi sempre come vocalità) o del De André buboliano di “Rimini” (ascoltare “Febbraio”: ricorda il brano citato perfino in armonia e melodia dell’apertura, ma poi migra nei territori tipici di Gino Paoli), per una cifra espressiva che si muove decisamente nel solco più consolidato della canzone d’autore. Non stupisce che un autore come Olden sia stato invitato al Premio Tenco. E il nome, pure, parla da sé: “Olden” richiama “Il giovane Holden” di Salinger, e quindi a un ribellismo adolescenziale ormai letterario e retrò, quanto evoca l’attaccamento affettivo verso ciò che sa di vecchio (“old”, appunto, in inglese). Con un gioco di parole, non si stenterebbe a immaginare il quasi giovane Olden (ha 35 anni) vestito d’inverno, con un bel loden anni 70.

A Olden, paradossalmente, in questo mare magnum di influenze non manca la personalità, che nasce proprio dall’originale mix di suggestioni. E però manca l’attualità. Sebbene ognuno di noi faccia allegramente convivere nei propri orizzonti sonori passato e presente, è tuttavia innegabile che questo tipo di canzone d’autore, quella appunto da Premio Tenco, non esprima lo spirito dei tempi né sia in grado di decifrarli, nel bene e nel male: e forse è proprio per questo che declina così spesso nell’intimismo. Questo, a onor del vero, è la cifra espressiva pure della canzone d’autore hipster. Ma, mentre quest’ultima presenta l’intimismo di chi neanche prova ad andare oltre il proprio orizzonte egotico, che parte già sconfitto e non prova neppure a salvarsi la vita, dall’intimismo di Olden e del Premio Tenco promana fortissimo odore di reducismo. I personaggi di queste canzoni, pur facendo vite banalissime e normali, vengono sempre presentati come eroi sconfitti di chissà quali imprese o rivoluzioni. Ma, se questo andava bene nel 1978, anno in cui cominciava il cosiddetto “riflusso” (cioè il ritiro nel privato dopo tante illusioni/delusioni nella speranza di cambiamento politico e sociale), nel 2014 pare fuori dal tempo. Insomma: Beethoven era il massimo nel 1804, ma chi oggi componesse nella sua scia sarebbe condannato all’irrilevanza artistica (e pure guardato con un che di bonaria sufficienza). Allo stesso modo De André (per dirne uno) esprimeva benissimo il senso dei tempi nel 1978, ma usare oggi i suoi modi espressivi e le sue categorie interpretative non come una semplice ispirazione, ma come un canone a cui conformarsi, non conduce a vette artistiche significative.
Questo non toglie che questo tipo di canzone d’autore abbia ancora oggi un suo pubblico. E a questo pubblico Olden ha tutte le carte in regola per piacere: bella voce, begli arrangiamenti (per il genere), canzoni suonate bene, testi in linea con tante cose già dette, ma dotati (anche grazie al mix di influenze di cui sopra) di una loro personalità.

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