20/03/2015

Sin dal primo ascolto quello che cattura principalmente di “The Destiny Is Unwritten” è l’idea ambiziosa e in controtendenza del concept album definita dagli stessi Vanz. A scapito della rischiosa mancanza di un vero e proprio singolo, l’album è curato in ogni sua canzone che lo compone, come tasselli di una storia che scorrono sulla vita di JD, un ragazzo che segue un suo percorso indipendente condensato da esperienze, emozioni vere e autentiche, in totale conflitto con il concetto di massa che la società odierna ci impone, tanto quanto la repressività di pensiero del singolo individuo. 

Traccia dopo traccia, senza riempitivi, i quattro musicisti di Grosseto riescono a mettere in luce il proprio valore tecnico musicale e compositivo; capaci di far emergere e valorizzare la propria cifra stilistica conferita da un sound molto uniforme curato negli arrangiamenti, esteticamente funzionale ma mai così innovativo.

L’unica vera influenza dell’album si riscontra in generale, nelle radici punk-rock californiane, arricchite a sprazzi da toni più hardcore punk nei veloci cambi di tempo e da reminiscenze legate ai riff e linee melodiche del mondo blues rock dei ’70 come nel brano d’apertura di “JD Bloody Night”.

I Vanz dimostrano così di essere una band matura nel produrre un genere che spesso per i suoi canoni estetici, finisce per essere vincolante per le band inesperte. Difatti il gruppo, trova, seppur in parte, lo spazio di sperimentare, come hanno fatto alcune band passate, quali Clash e Police, facendo confluire generi suoni diversi e tempi dispari (inusuali per l’industria pop) nelle strutture e idee delle canzoni. Un’operazione che contribuisce in questo senso a un gioco di riverberi vocali con il pezzo reggaeggiante ben riuscito di “The Day Sarah Met JD”.

Il concept non subisce mai battute d’arresto, grazie anche alla scelta di pezzi più conformi al genere come “No One Here But Me” e “Wordless World”, trovando nella voce un punto d’appoggio, sempre all’altezza della situazione in tutte le declinazioni dell’album, senza la minima sbavatura.

“To The Moon” inizialmente ammicca alle take vocali di Marc Bolan dei T.Rex o del Billy Idol solista, ma quando il groove della canzone sembra adagiarsi in un episodio isolato dell’album, la band esplora per l’ultima volta con un finale epico di suoni in saturazione, lasciandoci il respiro solo con il silenzio della fine di “The Destiny Is Unwritten” che vince tranquillamente la scommessa anche senza particolari exploit.

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati