07/04/2015

Cristina Nico sfodera un disco, “Mandibole”, veramente ben fatto, apprezzabile, a tratti orecchiabile, da cantautrice, un po’ acustico ma anche molto rock. Un album assimilato, “masticato e digerito”, curato e completo.
Lo stile ricorda subito Paola Turci, la rocker di una volta; altre volte sembra di risentire Ginevra Di Marco (“La litania dei pesci”); e poi c’è molto di Cristina Nico.

Apre con l’ammissione dei limiti dell’arte (“Le creature degli abissi”), perché “forse non scriverò il capolavoro del secolo”, ma “è così che ti regalerò un fiore mai classificato ed è così che ti porterò ad ammirare le luci intermittenti delle creature degli abissi, delle creature dei miei abissi”. Perché in fondo “Mandibole” è un disco personale che parla di vita vissuta, è un disco a tratti autobiografico, sicuramente intimo e forte.
Prosegue con la genesi dell’album, nato “in pausa pranzo al centro commerciale”, una denuncia dell’immobilità delle coscienze moderne, menefreghiste e cieche in cui il ritmo si fa più rock e sostenuto (“Formaldeide”.) E poi si passa alla comunicazione che non c’è più, alla difficoltà di comprendersi (“ci dev’essere un difetto di comunicazione se pensavo di parlarti e invece tu mi dici che stavo per ucciderti”) e al sentirsi inopportuni (“io sono inopportuna, sbaglio sempre il tempo e il luogo”).
“Cocoprosit” rallenta, e siamo circa a metà dell’album, riflettendo sull’inutilità delle cose a cui più comunemente si aspira. È un grido per ritrovare l’autenticità e mette in guardia dallo “sprecare il tempo in cose necessarie ma inutili che non nutrono lo spirito”, che nel suo ossimoro rivela la superficialità dell’esistenza.
Di fronte alla disillusione della vita “forse è meglio così: giorno dopo giorno prendere tutto come viene e come va” (“Giorno dopo giorno”).
Tra le migliori c'è anche l’omonima “Mandibole”: testo ben scritto e originale sul ruolo fondamentale delle mandibole; frasi e scelte ironiche che nascondono sempre un senso più profondo.
A chiudere l’album, la cover di Kate Bush “Mother stands for comfort”. Bella scelta e buona realizzazione: non sarà la cantautrice britannica, ma la cover può dirsi riuscita e personalizzata.

Insomma si tratta di un ottimo disco e un ottimo lavoro. Originale, urgente e necessario nei temi e nelle sonorità. Temi impegnati e riflessioni sull’esistenza si stendono su suoni tra il cantautorato e l’underground più alternativo e rock. Il connubio è quasi perfetto, sicuramente riuscito. Complimenti e avanti così.

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