07/12/2003 di Alberto Pastorelli

Francesco De Gregori esce con il cinquantesimo disco dal vivo; Francesco Guccini pubblica il decimo libro sulla propria infanzia a Pavana; Franco Battiato mette in fucina il terzo film, il quinto spettacolo teatrale con la collaborazione dello Sgalambro nazionale, nonché il quarto "Fleurs" con tre cover di De André, una di Paoli e magari qualche traduzione di misconosciuti classici francesi. Ma dove sono finiti i cantautori che compongono?

Sembrerà strano, eppure c'è ancora qualcuno in Italia con addosso la voglia di scrivere canzoni nuove, ma del tipo "che si faceva una volta".

E magari con la loro musica potrebbero convincere mio padre ad abbandonare Radio Birikina per rispolverare le vecchie glorie... Ares Tavolazzi e Vince Tempera che galoppano sullo stillicidio de "La locomotiva" (canzone sempre odiata: "quand'è che la smette questa benedetta locomotiva??" mi chiedevo da bambino, seduto in auto sul sedile di dietro, mentre papà cantava simulando l'erre moscia).

Ad esempio Gianmaria Testa, con il garbo che lo contraddistingue, riesce di questi tempi ad entrare in pianta stabile negli stereo di tanti aficionados. Senza brillare di eccessiva originalità, ma con dignità e sicuro merito, l'ex ferroviere rimane solo ad occupare una nicchia di mercato che s'è svuotata col ritiro dall'attività compositiva dei "grandi cantautori impegnati" - fra i quali Fossati costituisce una preziosa eccezione.

Ecco... all'opera del già citato Testa di sicuro andrebbe avvicinato questo bell'esordio di Stefano Barotti, "Uomini in costruzione". In dodici tracce egli si candida meritatamente a credibile continuatore della vecchia tradizione. Grazie al contributo di una folta schiera d'ottimi musicisti ed alla produzione di Jono Manson - misconosciuto cantautore americano - questa prima opera, oltre a contenere canzoni di sicuro fascino, dimostra grande raffinatezza sul versante sonoro.

Una tovaglia incerata a quadri. Un bicchiere di vino rosso e qualcuno che racconta storie d'amore, o trascorsi di vita rurale ("Lo spaventapasseri"). Metti organetti hammond ad introdurci in quelle atmosfere country rock che si respiravano, poniamo, in "Scacchi e tarocchi" di De Gregori. Ogni tanto, poi, qualche spruzzata di Sudamerica che ricordi le scorribande argentine di Fossati ("Compositore di canzoni", "Beatrice"). Il piatto è servito.

Un piccolo difetto di questo album è forse da trovarsi proprio in un eccesso di manierismo. Spesso si piomba in un pericoloso deja vu fossatiano ("come belle passanti francesi/ rivedo le cose importanti e perdute" recita un passo di "Piove") mentre ad ogni angolo ci si imbatte nell'ingombrante fantasma del Principe ("Forte dei Marmi"). Forse proprio l'anacronismo che segna le canzoni di Barotti costituisce una forza e ed un limite - fra passeggiate sulla neve o nei boschi, passioni amorose, viaggiatori e sere d'estate, non affiora mai un minimo segno della modernità in cui ahinoi ci troviamo a vivere. Ma la grazia stessa con cui egli si prende cura delle proprie parole è segno forse di un'irriducibile ma salutare "inattualità".

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