10/09/2015

Un pugno nello stomaco di post rock elettronico e politico. Non sono canzonette quelle che propongono I Fasti. Non c’è la formula canzone da intrattenimento. L’album "Palestre" è comunicazione. Una via di mezzo tra gli Offlaga Disco Pax, Massimo Volume e (ma preso con le pinze) i Bisca.

I Fasti riaprono una tradizione a livello testuale che si stava ormai perdendo nell’indie italiano, parlare di politica in maniera diretta, non da urlatori da megafono durante una manifestazione, ma aprendo la discussione sul vivere quotidiano italiano e sulle scelte politiche populistiche entrando così nel merito senza mandarle a dire. Il disco non è eccezionale, è difficile nell’ascolto, ma nello stesso tempo è interessante nella proposta. Chi cerca musicalità non la troverà, chi cerca contenuti può pigiare play e prestare attenzione.

Il racconto tracciato nel brano “Mercy” è il vivido resoconto di una generazione e di un bivio sociale che va dal sogno calcistico di una generazione anni ottanta italiana cresciuta nel segno del “Dio pallone”, racconta dello scontro sociale tra nord e sud, del razzismo, delle distrazioni mediatiche, delle lotte politico/sindacali della Torino di inizio anni ’80.

Per I Fasti: «“Palestre” è un esercizio della mente; non ti dice cosa fare, al massimo te lo fa ricordare; non dispensa verità assolute; è un mezzo e non un fine; è un monito per restare svegli, connessi, per non farsi imbambolare da chi ci orchestra. “Palestre” è un modo per poterci un giorno incontrare e riconoscere». Noi condividiamo la descrizione fatta dai componenti della band.

"Palestre" è un manifesto politico-sociale. Una denuncia che, anche se non ha la stessa qualità e lo stesso genere, ha la stessa intenzione che ha avuto “Curre curre guagliò” dei 99 Posse. Su questo lavoro è difficile formulare giudizi, la risposta di pubblico saprà dare una risposta più veritiera.

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