Il blues-rock del trio fiorentino, influenzato dagli anni '70 britannici ma intepretato in chiave contemporanea e personale
Capelli lunghi e unti, basettoni selvaggi, jeans sdruciti ed a zampa d’elefante, una figura sinuosa si dimena sul palco, agile ma mascolina come la musica che suona.
Non è la descrizione di nessuno in particolare, men che meno di qualcuno dei membri dei Lady Jump Down, di cui, a dire il vero, non ho mai visto una fotografia. Ma, ascoltando “Break Into The Blue”, me li immagino così questi tre blues-rockers fiorentini, pienamente inscritti in quell’immaginario che si dipana dalle ruvidezze del blues urbano di Chicago e arriva, attraverso quasi un secolo di contaminazioni, ai contemporanei Jon Spencer Blues Explosion.
Le coordinate in cui si muove questo ep sono, quindi, quelle del blues rock più duro e cazzuto, fortemente influenzato da quel sound elettrico ed elettrizzante, che contraddistinse il rock made in Britain degli anni ’70, con band come Humble Pie, Foghat, Freefino ad arrivare ai Nazarethe al primo hard rock.
I cinque brani che compongono questo lavoro sono tutti all’altezza, alternando momenti di esaltazione quasi rabbiosa, con riff che richiamano inevitabilmente alla mente i Led Zeppelin (“House of Blues” e “Blind”) e momenti più cupi e crudi, spesso tendenti all’hard (“State of Grace”, “White Light” e “Brand New Shoes”).
Un pregevole lavoro, dal quale emerge la grande passione per quel sound e la capacità della band di interpretarlo in maniera non solo contemporanea, ma soprattutto personale e sincera.
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La recensione Break Into The Blue di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2015-07-14 00:00:00

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