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album demo - Mary’s Jail

recensione Mary’s Jail demo

2003 - Rock

RECENSIONE
02/02/2004 di Luca Fusari

Per l’ennesima volta ci tocca descrivere il demo di un gruppo che si ispira al chitarrismo rock di scuola post-nirvaniana, con testi in inglese e tutti i difetti tipici del primo prodotto registrato. Come nel caso di tantissimi altri loro colleghi, infatti, i Mary’s Jail si accontentano di comporre canzoni con variazioni minime che non siano le alternanze classiche di pieni e vuoti; arpeggi e schitarrate, voce quasi parlata ed urla, tipiche di certo rock di moda all’inizio degli anni ‘90. Il tutto all’interno di pezzi che non durano mai meno di quattro minuti, tutti piuttosto monotoni.

L’iniziale “Bitter sweet” fotografa perfettamente questo stato di cose, coi suoi due-accordi-due a sostenere otto minuti otto di lamenti a mezza voce, alternati ad inasprimenti vocali non particolarmente originali. A seguire, “Dark side” velocizza di molto il ritmo, ma la sostanza non cambia: gli accordi sono tre (più un ritornello un po’ più articolato), la voce cerca di mediare tra urla e melodia, ma non si esce dal seminato grunge - seppure in quello che, se non altro per l’energia, ci pare il pezzo più godibile del lotto. “A perfect state…” non cambia minimamente le carte in tavola, come nemmeno le due tracce successive, ovvero il tentativo di ballata “Father’s eyes” e il lentone finale di “Last goodbye”, un macigno di sette minuti che, manco a dirlo, inizia sottotono e finisce enfatico, tra arpeggi, distorsioni ed urla. Tutte cose già sentite e, come già detto, tutti difetti tipici a cui i ragazzi potranno ovviare allargando i propri ascolti e cercando un po’ di varietà timbrica e compositiva altrove.

Tracklist

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