20/10/2015

Nonostante il titolo (“In contraddizione”), nel disco d’esordio di Nicoletta Bernardi sembra essere tutto al proprio posto, almeno ad un primo ascolto. La voce è dolce e sussurrata, la musica sempre armoniosa e leggera. Tutti i dettagli sono precisi e curati. Un lavoro impeccabile. E allora dov’è la contraddizione?
La contraddizione è provvidenziale: è il cambio di ritmo quando si rischia la ripetitività, è il punto di svolta della strada che si percorre, la fine e il nuovo inizio, contemporaneamente. Basta ascoltare “Fili leggeri”, che fino a 40 secondi dalla fine sembra scorrere lenta verso una conclusione prevedibile, se non fosse che il ritmo proprio in quel momento cresce e si velocizza, chiudendo in bellezza.
“Se puoi” invece è jazz, jazz puro e duraturo, che affianca lento un’introduzione parlata, prima di lasciar posto all’armonia del canto. È la calma che s’insinua nelle ossa, dove dominano atmosfere lente e rilassate che non scuotono, ma lentamente trascinano, come il moto inarrestabile del mare quando è calmo. Qui la svolta arriva nel brano successivo: “Brusio”, che accelera come una filastrocca, alternando note più alte ad altre più basse, la voce si sbizzarrisce aggiungendo colori e movimenti sinuosi. Ancora una volta, proprio quando si sta riducendo tutto a un buon brano, ma fondamentalmente poco originale, parte un pezzo quasi-rap che inizialmente lascia perplessi, ma dopo poco convince e fa sorridere. Bella l’idea e altrettanto buona la realizzazione.
“Sale” è una scossa che, appunto, sale lungo la spina dorsale, cresce piano piano partendo dal basso e poi coinvolge tutto il corpo. E chissà se il “sale” è il verbo “salire” o quello del mare, che brucia sulle ferite aperte e fa ribollire la pelle viva. L’intermezzo recitato è perfetto; i ritmi quasi tribali: un brano bello, originale e riuscito.
Stesso discorso per “Viola vola”: sembra scorrere lenta su un valzer ripetuto. La musica rallenta per un attimo ed è il nuovo inizio per quello che potrebbe sembrare un altro brano, e invece è lo stesso che cambia ritmo, gioca con musica e parole, e trova il suo senso nella contraddizione che lo caratterizza.
La contraddizione è il pilastro fondamentale di tutto il lavoro: il ritmo è cresciuto, è diventato coinvolgente, e proprio lì, quando ormai ci si è abituati al cambio di ritmo, cade di botto ritornando lento con i due brani successivi (“Dove sei nato tu” e “Non va”).
Finisce così, quando il ritmo si abbassa, si abbassano i toni e tutto è più lento? No.
Parte “Streghe”, brano favolistico che ti scaglia in un batter d’occhio in un’atmosfera da fumetti o in epoche medievali. Si assiste al rito affascinante di streghe che preparano una ribollente pozione dagli ingredienti più vari, buttando nel calderone tutto quello che trovano. Per non parlare della successiva “Gaia protesta”, probabilmente il brano migliore, che ricorda lo stile serio-ironico di mostri sacri come Giorgio Gaber o Enzo Jannacci. Bella, provvidenziale e sorprendente. E il posto nella scaletta (penultimo!) non è casuale, anzi rappresenta il senso di tutto il disco: andare oltre le apparenze, assimilare e ascoltare prima di giudicare.
A chiudere è “Difficile”, un brano che potrebbe sembrare dei Baustelle, con le due voci, maschile e femminile, che non saranno quelle di Bianconi e Rachele Bastreghi, ma che sono sempre precise, dialogano “in contraddizione” l’una con l’altra, eppure unite in un solo movimento, una accanto all’altra alla stessa velocità.

Allo stesso modo il connubio costante tra serio ed ironico, tra musica sacra, tribale e jazz, trova la sua unità. E anzi, proprio la molteplicità dà senso all’intero lavoro: “In contraddizione”, ma mai in disarmonia.

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