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RECENSIONE
13/02/2004

Per molti, probabilmente, Caparezza è un personaggio presente sulla scena giusto da qualche mese; ovvero da quando i media radio-televisivi hanno cominciato a trasmettere i suoi singoli e i video a questo collegati. Il ragazzo, invece, conta non solo una parentesi passata come replicante del Jovanotti nazionale nella kermesse sanremese, ma persino un disco omonimo che, qualche anno fa, aveva avuto discreti consensi con il brano “Tutto ciò che c’è” e “La fitta sassaiola dell’ingiuria”. Sembra però essere arrivato solo adesso il momento della (relativa) consacrazione, grazie ad un disco che pian piano sta raccogliendo (commercialmente parlando) i risultati che si merita.

Un disco, diciamolo subito, che ha diverse trovate ‘ruffiane’ (merito della produzione di Carlo U. Rossi?), ma che spacca per testi e scelte stilistiche in 14 brani su 14. Il merito di Caparezza, infatti, è di esser riuscito finalmente a proporre un hip-hop assolutamente personale che ha finalmente senso in una nazione povera di prodotti tali del e nel genere. Conciliando, tra l’altro, accessibilità e qualità senza dover mai rinunciare a quelle ‘punture’ di sarcasmo che sono da sempre caratteristiche tipiche del suo stile.

Qui dentro tutto funziona veramente alla grande e per una volta l’utilizzo del tasto ‘skip’ non è contemplato; magari la tentazione forte è quella di programmare il lettore infilando come primi i brani capisaldi dell’opera, che spesso coincidono con quelli scelti come singoli. Mi riferisco ad esempio a “Vengo dalla luna”, “Il secondo secondo me” e “Fuori dal tunnel”, tutti macchiati da diabolici ritornelli che lasceranno alcune tracce, e per diversi giorni, nella vostra testa. Non è certo cosa da tutti riuscire in quest’impresa confezionando, tra l’altro, scioglilingua degni del migliore Frankie Hi-Nrg; anzi, rispetto al rapper umbro, il Nostro preferisce probabilmente un punto di vista più dissacrante per analizzare la realtà. E questa ci sembra proprio la carta vincente nella ricerca di una formula che non sia basata su banali e ovvie scorciatoie linguistiche ma che favorisca improbabili e creative combinazioni.

Di certo “Verità supposte” entra in un’ipotetica top-five dei dischi italici del 2003 perché in possesso di tutte quelle credenziali (groove, tiro melodico, credibilità artistica, liriche significative) che per il sottoscritto sono indispensabili affinché un album si possa realmente definire completo. Convincervi all’ascolto è, in questi casi, la missione da compiere; mi auguro di esserci riuscito spingendovi persino all’acquisto.

Tracklist

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