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RECENSIONE
09/03/2004 di Alberto Muffato

La musica ambisce spesso a condurci in spazi o luoghi diversi da quelli in cui ci troviamo a vivere; così può succedere che un banale stereo riesca a dilatare le pareti di una stanza e a farci intravedere qualcosa di inconsueto, estraneo a quanto appartiene alla nostra vita quotidiana. Credo che certa musica 'emo' si ponga come obbiettivo proprio il compimento di questo piccolo miracolo domestico: la trasfigurazione di uno spazio, la sua proiezione in lande inesplorate della fantasia e dell'immaginario.

Prerogativa del genere 'emo' sembra anche quella di mantenersi in un limbo di indecifrabilità quasi enigmistica, per cui dietro ad un algido e matematico intreccio armonico si conterrebbe un'emotività traboccante, sempre sul punto di esplodere, minacciosa dietro l'esilità delle costruzioni armoniche. Mi pare che la musica dei wan paku ogi nu orochitalji possa catalogarsi in questo genere. Non una singola nota di distorsore si spicca dalle armonie di quest'album, malgrado in una mezz’oretta d'ascolto si percepisca il gravare di una pesantissima cappa d'inquietudine.

Lavorato per sottrazione, su anodini intrecci di due o tre strumenti, il cd prende il titolo di "J'ai dû vieillir". Ma già il nome impronunciabile della formazione (un duo? un trio?: non è dato sapere) presenta in tutta la sua indecifrabilità questa sorta di ermetico koan buddista... Che vorrà dire? D'acchito il titolo evoca immagini di desolazioni da est post-comunista, di fiordi ghiacciati, di steppe desolate. E di fatto, come recita laconicamente la presentazione dell'etichetta "bleuaudio" (www.bleuaudio.com), si tratta di sei brani strumentali "di stampo cinematografico".

L'assenza di titoli complica ulteriormente l'interpretazione. Proviamo a spiegare un po' meglio di che si tratta.

Esili e orientaleggianti intrecci chitarristici su loop di basso (traccia 1) aprono il cd in modo intrigante. La traccia 2 ci introduce in atmosfere più leggere - per fare qualche nome mi vengono in mente gli yo la tengo di "green arrow", oppure gli hungry ghosts o i più noti calexico strumentali. L'intreccio di basso, violino e voci distorte da lager nazista della traccia 3 ci ripiomba in stati di melanconica desolazione. Una specie di carillon inceppato suona da qualche deriva postindustriale: ecco la traccia 4. Provate ad immaginare la colonna sonora per un'opera di Ibsen, od un quadro di Munch. Trapela infine una leggera luce di speranza nella traccia 6, una specie di ninna nanna sopra misteriosi fruscii (forse radiofonici o più semplicemente da amplificatore scassato).

Lavoro enigmatico, magico a tratti, forse un po' pesante da ascoltare (come ho fatto io) in un sabato sera di gennaio, consiglierei un ascolto con walkman, in una passeggiata mattutina, magari per riprendersi da una nottata balorda e guardare le cose con gli occhi un po' arrossati - facili alle lacrime. E vagare con l'immaginazione.

Tracklist

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