22/05/2004 di Domenico Mungo

La cinematografia italiana contemporanea pare essersi resa edotta della capacità compositiva della nouvelle vogue musicale alternativa a tal punto che negli ultimi tempi la sinergia fra il cinema giovane e la musica indipendente è divenuta una consuetudine che ci sentiamo di appoggiare convinti. A ruota abbiamo visto uscire per i tipi della Mescal la colonna sonora dell’ultimo lavoro del maradoniano Marco Ponti per “A+R”, commediola brillante per spiriti positivi e innamorati, dove Motel Connection e una rassegna della scena torinese underground compongono un doppio di livello testimoniale e artistico non indifferente, e ora questo “Suono delle vanità” appaltato all’ex frontman della Vertigine Blu.

Sebbene le vette suggestive di “Tutti giù per terra” di Davide Ferrario con i C.S.I. a farla da padrone siano ben lungi dall’approssimarsi, applaudiamo comunque la scelta di Alex Infascelli di delegare al corsaro Morgan l’ideazione e la composizione del suo ultimo lavoro, quel “Siero delle vanità” che appare come un film a metà fra la spietata critica al presenzialismo vacuamente snuff della televisione italiana e un giallo psycho dai contorni grotteschi ambientato nel sottosuolo dello scintillante vernissage del nulla. E il risultato finale delle musiche sembra scaturire dalla intima frequentazione che il Castoldi ha con la famiglia horror per antonomasia, gli Argento of course, quasi per una perversa osmosi trasversale: musiche per orchestra sintetica, piano elettrico e voce.

Nelle parole del compositore il senso dell’opera, che viene descritta come "la mia prima colonna sonora per lungometraggio. Una soundtrack che ha avuto una gestazione alquanto lunga, cioè dall’aprile 2003 alla primavera del 2004. Ho lavorato come un sarto che modella l’abito sul corpo del cliente, costruendo le musiche sulle suggestioni della sceneggiatura e le indicazioni del regista: due zone diverse da rappresentare musicalmente, un 'sottosuolo' e un 'sopra-suolo'".

Il risultato ottenuto, cioè delle atmosfere assolutamente inquietanti e fortemente sperimentali, appaiono figlie naturali delle tecniche applicate: "Per il sotto mi sono avvalso di un software di composizione grafica del suono, cioè un sistema che traduce le immagini in suoni, e poi ho elaborato e deformato il piano elettrico (scordandolo verso il grave) in modo che producesse una quasi -non- musica che è la sezione chiamata 'drones'. Il sopra è affidato ad una struttura classica, tematica, con l’eccezione che l’orchestra è simulata elettronicamente, dove necessaria." Questo spiega la sinossi della colonna sonora che si interseca alla perfezione con la narrazione per immagini sebbene non ne segua la cronologia in maniera conforme: "Il disco è una sintesi della musica estesa del film e non rispetta la successione delle scene. E’ ricreata una struttura narrativa che permette di ascoltarlo - se si crede - tutto d’un fiato. I raccordi tra le scene, il vento, e altri effetti di sound-design sono stati ottenuti suonando dal vivo sintetizzatori monofonici analogici, pratica in voga tra gli anni 50 e 70 ma oramai desueta. In due brani ho riutilizzato frammenti dei dialoghi originali (con le voci di Francesca Neri, Valerio Mastrandrea, Margherita Buy, Barbora Bobulova, Armando De Razza, Marco Giallini, Rosario J. Gnolo), alla maniera del vecchio 'radio-dramma'".

Quindi signori non ci resta che accorrere nelle sale cinematografiche della nostra claudicante penisola e concederci il beneficio di verificare che i musicisti italiani possono competere a tutti i livelli con i talenti d’oltremanica e oltreoceano, anche nell’agone della trasversalità delle Muse.

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