05/12/2015

La neve era già scesa questa primavera, a precedere la carnalità pulsante e insieme sublimata di "Für El". Non abbiamo tremato per l’attesa, ma per le vibrazioni dell’anticipo. Il ghiaccio, si sa, scotta.
Drammatico, con una mitologia e una poetica personalissimi, un messaggio che arriva con la forza e la semplicità dei racconti riusciti: "Für El" è un album che accade ed è compiuto, un evento e un piccolo monumento, all’amore e alla perdita. Alla bellezza. Ora sappiamo qualcosa di più sul ragazzo e sulla sua Volpe, sul distacco che si è intrecciato a un altro addio, sui fantasmi che rendono la mancanza così ineludibile.
Abbiamo già parlato della voce fuori dall’ordinario di Erio. La sua epopea intrisa di r&b, soul pop, folk music, canto lirico ed elettronica ha in sé le rivelazioni di grandi voci e grandi anime: Björk, Antony, Jeff Buckley, Lauryn Hill, PJ Harvey, solo per citarne alcuni.
L’uso dello straordinario strumento che è la sua voce, delle armonizzazioni e sovrapposizioni vocali, dello spettro di strumenti elettronici e acustici è a servizio del racconto, e sprigiona una sensualità intensa. Lo scontrarsi della carne e delle ossa, di due mondi che non combaciano (Your world and mine don’t match), la consapevolezza di essersi persi nell’altro (It’s hard to say who is who - "Lenses") e in se stessi (It's all over/Well... to be honest/It never began/ No matter what I felt – "Torch song") lasciano senza fiato. Cantiche di un poema silvestre e metropolitano, i dodici pezzi si susseguono seguendo l’evoluzione del sentimento e la metabolizzazione del vuoto in cui si tuffa.
L’amore nasce con l’infanzia, con la purezza dell’appartenere, con la vicinanza viscerale alla terra, alla natura. Nell’adolescenza si fa più amaro, confonde, destabilizza, ma è quando diventa adulto che riporta alla totalità, all’assoluto, ed è una pienezza che può svuotare in modo devastante.
"Oval in your trunk" è la nascita, il ritorno al grembo, la preghiera. "We’ve been running" la favola che denuncia la perdita. "What you could have said when he died, but never did" è il sogno. "El’s Book" un viaggio sostenuto da ritmiche dubstep, che amplificano e fissano la passione lacerante (ricorda le esplosioni controllate del pittore Rousseau). "The reason" è l’attesa, l’illusione. "Vineyards": erba, fango, sangue, l’Altro che s’insinua per sempre nell’idillio. "Lenses": completarsi, fondersi, perdersi. "Stareater": l’amore per la propria sirena. 'Room 4' una ballata, una danza, una ninna nanna, l’Incontro racchiuso in un ballon de neige al suono del rullante. "Cafeteria": l’addio, gli occhi si gonfiano, gli ottoni raccolgono le lacrime. "Torch song", il bisogno di dire le cose come stanno. "On his van" l’apparizione, lo sguardo al precipizio: due perdite si sovrappongono, due abissi si parlano ("What was I to tell a ghost/Come on Earth just to know/Whether his son had or not/Met someone worth his love?").
Mi state ancora leggendo o ascoltate Erio?

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La recensione Erio - Recensione - Für El di Elisabetta Dattolo è apparsa su Rockit.it il 24/08/2019

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